Cailàin - L'altro lato dello specchio (terza stesura: la leggenda)

Quella che segue è la seconda stesura di Cailàin. Delle tre, è in assoluto la migliore: lo stile è chiaro, sebbene conservi l'atmosfera del "sogno"; la storia ha basi solide, una logica sottile e meschina guida i personaggi e così la terribile risoluzione appare chiara, a chi sa guardare oltre il velo cereo della realtà.


Cailàin - L'altro lato dello specchio

Racconto breve di Giacomo Soraperra



Nel villaggio sulla scogliera viveva una ragazza triste. Aveva confuso se stessa col proprio riflesso, e perciò cercava oltre lo specchio quel che da tempo aveva perduto.
Ella era la figlia della Freccia del Fiordo e perciò sua erede, come lei destinata a divenire guida e sacerdotessa del clan. La madre temeva che il suo legame col mondo oltre il Velo potesse richiamare le creature che ivi dimoravano al cuore della giovane, ancora inesperto e perciò sì fragile, inadatto ad affrontare la tenebra celata in questo mondo o nell’altro. Per il bene della figlia, dunque, e del villaggio che doveva proteggere, le disse: “Vai alla spiaggia sabbiosa che declina alla marea oltre l’estrema scogliera, al di là del bosco sacro. Lì troverai uno stormo di cormorani a caccia: trafiggine uno con le tue frecce e offrilo alla Dea dal Pallido Sorriso. Segui il percorso che ella traccerà per te, e allora forse potrai tornare a casa”.
La fanciulla prese dunque arco e faretra, con dieci frecce che aveva intagliato dai tronchi benedetti dal respiro del vento e decorati con piume di rondine. Non rivolse un ultimo sguardo, nemmeno una lacrima alla madre severa, e sotto gli occhi e il mormorio di tutti lasciò il villaggio.
Giunse alla spiaggia sul far della sera. Come predetto, trovò lo stormo alto nel cielo, la sua ombra danzava fra le onde macchiate dalla porpora del tramonto. Un’ala fiera sfidò le correnti e in picchiata si gettò oltre l’oceano di nubi verso quello di spuma, puntando alla preda: ugualmente la ragazza tese l’arco e seguì con lo sguardo fine l’ultimo volo della nobile creatura. Stava per scoccare, quando un’ombra oscurò l’ultimo Sole e il ruggito del mare si fece più intenso, vicino. Per la prima volta dacché aveva preso i voti ed era divenuta Cacciatrice, distolse gli occhi dall’obiettivo. Non fu nuova, tuttavia, la paura che colse il suo cuore.
Il Grande Serpente della Fine* emergeva dalle acque profonde tendendo il lungo collo e il muso longilineo verso la ragazza, mentre con occhi rosso sangue cercava di sondarle l’anima.
Schiudendo appena la chiostra di zanne pallide pronunciò il nome della giovane. Ella seppe così che il loro incontro non era casuale e accettò il proprio destino: ripose l’arco e la faretra, cercando lei stessa lo sguardo del demone. La bestia sorrise ferina, esibendo il filo sottile e appuntito delle fauci; inarcando la mole possente del capo e del corpo indicò dunque alla ragazza la via: la distesa senza fine delle onde, al confine impreciso fra mare e cielo. Lei, riluttante, mosse un primo passo verso riva e arrivò a sfiorare l’acqua; al secondo e al terzo si rese conto che le sue scarpe non si bagnavano e, anzi, i flutti fuggivano il contatto con la sua pelle. Accogliendo l’abbraccio dell’oceano, palesò il prodigio di cui era insieme vittima e fautrice: come fosse una lastra di ghiaccio, poteva camminare sulla superficie del mare. Il serpente, la testa protesa verso il cielo e la coda avvolta sul basso fondale, le girò intorno con fare divertito e impaziente al tempo stesso, prima di levare un ruggito alle prime stelle e spiccare un ampio arco verso lo stormo di cormorani, che si disperse. Ammirando la sua mole titanica, la ragazza accettò il proprio destino e cominciò a camminare verso il confine del mondo.
La luce scemava rapida e il fuoco lasciava il posto ad una tiepida oscurità imperfetta, coronata d’un’infinità di stelle. Sotto i suoi piedi, la ragazza vedeva scorrere le spire del demone che nuotava nelle profondità insondabili, gli occhi di sangue sempre rivolti a lei.
Passarono forse ore, o minuti, forse una manciata di secondi, prima che il grande serpente emergesse nuovamente, ponendosi di fronte a lei. In quell’istante l’ultima fiamma morì, ma al contrario di quanto la giovane si sarebbe aspettata non calò al tenebra: una luce, pallida e gentile, avvolse lei e il demone, tracciando un cerchio d’argento sulla superficie del mare. Levando lo sguardo al cielo, la ragazza vide la Madre dal Pallido Sorriso quanto mai luminosa e chiara, vestita d’un manto di stelle. Vegliava il suo cammino, come la Freccia del Fiordo aveva predetto. Perciò, non doveva temere: si stava compiendo il suo destino.
“Chi sei?” chiese il demone, schiudendo appena le zanne.
“Io sono la Cacciatrice, colei in cui dimorano le speranze di molti”.
Il serpente emise un suono gutturale ed orrendo, forse la grottesca imitazione d’una risata.
“Ti ho chiesto chi sei, fanciulla. Non cosa sei”.
Ella, confusa, disse il suo nome.
Nuovamente, il serpente la riprese “Questo nome è chi tu sei per gli altri. Io ti chiedo: chi sei, per te stessa?” e poi, mentre una nuvola oscurava la Luna e gli occhi sanguigni brillavano vacui: “Che nome hai dato alla tua anima?”
Abbassando gli occhi alle acque scure, la giovane vide il proprio riflesso che la fissava, così insicuro e fragile, in balia del mare di stelle.
“Io son solo un’ombra al di là dello specchio”.
Il demone la scrutò a lungo, cercando nel volto un fremito che avesse potuto infrangere l’illusione di certezza per un’espressione tanto assurda. Ma non lo trovò, e perciò seppe che la ragazza diceva il vero; o almeno, ciò che per lei era verità.
Non parlò, la bestia dalle scaglie lucenti: inabissando parte del collo giunse col possente muso sino alla fronte della ragazza e la sfiorò, socchiudendo le palpebre attraverso cui le iridi scarlatte brillavano al tempo stesso tetre e affrante, come un ricordo sbiadito di pungente ironia.
La fanciulla, con la morte nel cuore, carezzò la testa del mostro distrattamente, senza riuscire a distogliere lo sguardo dal proprio riflesso, sempre più frammentario, sempre più pallido. Si chinò, e il demone scansò il cranio per lasciarle spazio, avvolgendo le spire sommerse per formare un ampio cerchio intorno alla giovane, a cingere un’area che, vista dal cielo, poteva sembrare un gigantesco specchio di vetro vivo, che profumava di sale e lacrime.
La fanciulla posò la mano sul pelo dell’acqua e altrettanto fece il riflesso. Il suo viso, distorto e vago, le procurava disgusto e timore, eppure non poteva ignorarlo, distogliere gli occhi. Dall’altra parte dello specchio, un’altra ragazza dal viso triste la fissava e piangeva tutte le lacrime che aveva in corpo, cercando quelle parole che il cuore non riusciva a raccontare, che il cuore dell’altra non riusciva ad accettare.
Il serpente chiese, con voce profonda e solenne: “Dunque, la lascerai andare?”.
La ragazza strinse le dita e per un istante le parve che l’altra lei ricambiasse, dall’altra parte dello specchio, e che per un secondo fra le lacrime balenasse un debole sorriso più luminoso d’ogni stella nel suo cielo o in quello che sul mare infinito vegliava.
“È giusto così”.
Non disse altro. Il serpente annuì, il suo compito era terminato. Volse le proprie braci danzanti alla Luna e ringhiò minacciando il mondo intero; gli abissi tremarono e il riflesso della Madre Cerea si scompose fra le onde concentriche, il mostro levò un alto grido e con un ampio arco passò sopra la giovane e s’inabissò alle sue spalle. Le spire giravano e scorrevano levando ampie vampe d’acqua e tenebra, mentre la spuma s’alzava pigra alle stelle e la fanciulla china sul velo dell’acqua recitava un’ultima preghiera per la ragazza al di là dello specchio.
Con un ultimo, spasmodico grido dell’abisso, tutto cessò: scomparvero il Grande Serpente, la Luna spietata, e la Fanciulla triste.

C’è un villaggio di pescatori, nascosto fra le insenature dell’alta costa, dietro la foresta sacra della Dea. I suoi abitanti erano famosi raccoglitori di perle, ma ormai da anni nessuno di loro osa mettere piede sulla spiaggia di sabbia fine che declina pigra al mare sconfinato dove vivono le ostriche: temono di incontrare, durante un’immersione sfrontata che incendia i polmoni, il fantasma della ragazza che non seppe distinguere il riflesso dalla realtà e che scelse per questo di vivere al di là del Velo. Alla vecchia locanda, un vecchio ubriaco racconta: “L’ho vista, amici, ve lo giuro sulle tette della Grande Madre! Se ne stava lì, sul fondo, seduta a gambe incrociate e con lo sguardo rivolto al pelo dell’acqua, come stesse contando le stelle. Forse, non s’è nemmeno accorta di essere morta”.

* Midgardsormr (o Jormungandr) è uno dei tre figli del dio Loki, che secondo la mitologia nordica avrebbero causato la caduta di Asgard. Per questo motivo, fu confinato nelle profondità oceaniche dal dio Thor, che da allora divenne suo nemico giurato: i due sono infatti destinati a scontrarsi nel giorno del Ragnarok, la fine del mondo, battaglia che risulterà fatale per entrambi.



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Giacomo Soraperra

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