Haiko - La Signora del pozzo (Terza versione: racconto onirico)

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NOTA: Gli asterischi fanno riferimento alle note che si trovano in coda al testo. Buona lettura


Quella che segue è la terza stesura del racconto. Una prosa più lenta, riflessiva, che lascia ampio spazio alle descrizione e rende palese il significato della storia. E' il più esteso dei tre racconti, e il più onirico per atmosfera e stile.



Haìko


Racconto breve di Giacomo Soraperra




“C’era una bambina, seduta vicino al vecchio pozzo. Guardava le stelle attraverso l’acqua riflessa, affinchè il muschio le macchiasse di vita e si sentissero meno sole”.
La vecchia Yukiko aveva spesso narrato questa leggenda alla nipote, ma la piccola Raiu non avrebbe mai pensato di scoprirla un giorno verità.
Accadde che lei aveva otto anni e la primavera coi suoi primi boccioli era ancora lontana, nel mese della neve: l’aria si fece in un istante empia e malsana, portava nel suo respiro l’odore acre della carne e del sangue; il cielo divenne nero in pieno giorno, ed alte grida si levarono insieme al rintocco della tetra campana.
Un Conquistatore venuto dal mare, disse il messaggero dal volto sconvolto, aveva già distrutto molti villaggi lungo la costa e il suo esercito marciava ora all’entroterra. Invero, non era venuto a “conquistare”: il suo obiettivo era mondare la terra del lino, creare un nuovo pascolo per il suo popolo divenuto troppo numeroso. L’insediamento di Raiu poteva essere il prossimo a capitolare.
Suo padre, il capo villaggio, radunò allora tutti nella piazza e intimò di fuggire sulle montagne. Lui, insieme a Yukiko che aveva visto la caduta del cielo e l’inizio dei secoli, si sarebbe recato dalla Ragazza di Cenere.
Il cuore di Raiu sussultò ad udire quel nome, che parte di una lontana leggenda; dunque insistette per seguire il padre. A nulla valse il rifiuto di questi, perché Yukiko acconsentì: volubile è infatti la volontà di chi non è di questo mondo, lei ben lo sapeva, ed ogni minuscola variabile poteva generare un improbabile destino. Perciò, in tre lasciarono il villaggio in direzione della grande foresta, padre e figlia a piedi e l’anziana su un giovane mulo.
Le ombre della notte calavano rapide sul mondo e la Luna correva al trono del cielo, sebbene numerosi tentacoli di fumo nero s’alzassero tetri a ghermirne la volta. Osservando il tremendo spettacolo, Raiu sentì il petto pesante, eppure incredibilmente vuoto, e cominciò a tremare. Yukiko le tese allora una mano e l’accolse accanto a sé sulla sella, stringendola forte.
“Guarda, quante stelle illuminano la notte!”.
Invero, migliaia di minuscole fiammelle danzavano leggere fra le onde tetre; erano le braci ancora calde dei villaggi dati alle fiamme: ciò che restava, quel che svaniva.
Oltre l’intrico di bassi rami e sterpaglie, lungo un sentiero da tempo dimenticato ed ora nel dolore riscoperto, i raggi della Luna li guidarono alla luce. La coltre verde si schiuse su un’ampia radura: il respiro del mondo soffiava vivo fra gli alti steli d’erba baciati dal signore del cielo*, che, Raiu notò con sorpresa e meraviglia, erano d’argento. Sul mare cinereo un secondo in burrasca correva rapido verso il centro della radura, ove la coltre nera s’avvolgeva e vorticava e dal suo nevralgico cuore d’abisso sbocciava un fiore di fiamma: dai petali scarlatti calava una fitta neve ardente; lenta, continua, danzava fra terra e cielo, per gettarsi infine nel pozzo.
E accanto al pozzo c’era lei: la Ragazza di Cenere.
Seppur distante, la sua sottile figura cerea, perché d’argento erano i suoi capelli e bianco il vestito, splendeva contro le ombre del cielo. Osservava la pioggia di braci come un bambino la pioggia d’estate, e a lungo il suo sguardo indugiava sul fondo del pozzo. La sua pelle era bianca, più dell’erba, ed anche le labbra erano esangui. Il viso, di cui offriva solamente il profilo, era affilato quanto il resto della figura. Poco più alta di Raiu, dimostrava a malapena dodici anni.
Dai suoi piedi si stendeva un ampio cerchio di pietre levigate, sul quale un esiguo gruppo di persone vegliava in silenzio: capi villaggio che avevano intuito la minaccia imminente e anziani che poco avevano da invidiare alla saggezza di Yukiko.
Attesero un’ora, forse due, che giungesse chi ancora non era arrivato. Fra coloro che erano fuggiti e chi cenere era diventato, mancavano all’appello i rappresentanti di dodici insediamenti; quindici erano presenti.
Uno di loro si fece infine avanti rivolgendo una supplica alla Ragazza di Cenere, spiegandole i timori che affliggevano il cuore dei presenti e chiedendo aiuto contro un potere che semplici contadini non potevano fronteggiare. Ella sollevò per un istante il viso, rivolta al gorgo nero del cielo.
Non sospirò, non emise un fiato. I suoi occhi ricaddero nel fondo del pozzo.
Il primo appello era stato ignorato.
Ne seguì un secondo, un terzo, molti altri. Ormai pochi fra i capi rimanevano a dover tentare, e la speranza cominciò a sfiorire insieme alla notte. Gli uomini e gli anziani cominciarono a discutere fra loro di strategia e tattica, senza trovare però un’intesa.
Raiu, essendo una bambina, fu lasciata in disparte.
Forse per noia o per ripicca, dunque, ad un istante si alzò, raggiunse la Ragazza di Cenere e, come nulla fosse (né il cielo in fiamme, né l’angoscia né l’ora tarda) le chiese:
«Perché sei così triste?».
«Nella densa oscurità le mie amiche s’affievoliscono ad ogni istante. Da molto tempo il cuore degli uomini è arido, e perciò il muschio non cresce più sul fondo del pozzo» rispose la Ragazza.
Raiu, che conosceva a memoria l’antica leggenda, replicò: «Credevo che fosse il tuo sguardo a donar loro la vita».
I grandi occhi del demone avevano iridi color della cenere, e cenere era il dolore che dietro ad essi da tempo era estinto. Ma in lei ancora le braci ardevano, come nel mare sospeso che su di loro infuriava, e perciò fu colma d’amarezza la sua risata.
Ma non rispose. Si volse, appoggiò le mani sottili alle pietre del pozzo e si sporse nel vuoto esponendo il capo alla pioggia di cenere. Questa le scivolava addosso, fra i capelli che parevano di brace stessa intrecciati, e deboli fiammelle cominciarono a risplendere fra le ciocche che nascondevano gli occhi tristi.
Allora, Raiu capì.
Mosse un primo passo, e sentì la vecchia Yukiko gridare alle sue spalle. Ne osò un secondo, e in molti trattennero il respiro. Non aveva idea di cosa avrebbe visto, riflesso o sommerso nel pozzo; anzi, invero lo sapeva perfettamente: conosceva la leggenda. Avendola però solo adesso compresa, temeva quel che la verità le avrebbe mostrato, e temeva che il proprio spirito non sarebbe riuscito a sopportarlo.
Il sorriso della Ragazza di Cenere, il suo esasperato dolore, la convinsero a non scappare. Ad osare.
Fu così, che la piccola Raiu si sporse nel pozzo.
E le vide: le stelle.
Yukiko piangeva ed era scossa dai sospiri, sicura d’aver perduto per sempre la nipote fra gli artigli del demone. Ma dovette ricredersi, fra le lacrime: gli occhi della bambina si colmarono di gioia e spavento, timore e meraviglia; infine un dolce riso le illuminò il volto rosa. Era avvolta dalle braci danzanti, che le carezzavano i capelli e il viso, sussurrando parole d’abbandono e speranza.
«Portate da me il Grande Conquistatore» disse la Ragazza di Cenere, senza voltarsi, senza distogliere il viso dalle stelle celate. I capi villaggio allora gridarono di gioia ed alzarono preghiere alla Luna, perché il loro popolo era stato ascoltato.
«Guarda: sta fiorendo!» gridò Raiu.

Il Grande Conquistatore era giunto dal mare. Il suo esercito aveva meditato morte e rovina per settimane, nelle profondità della stiva, sulle parole del condottiero: reclamare una terra per mogli e figli lasciati nel deserto, una terra che il sangue versato avrebbe reso nuovamente vergine e pura. Bruciarono i villaggi radendo al suolo ogni casa, la cui legna usarono per carbonizzare i corpi. Alle loro spalle lasciarono pire da cui nere colonne di fumo, come le dita del Dio Abissale, s’alzavano avide al cielo stellato.
Ma non era solo frutto della loro determinazione, tale sinistra oscurità. Il Conquistatore se ne accorse il secondo giorno: la cenere ancora calda si contorceva fra le nuvole grigie per ricadere al centro della grande foresta.
Al terzo Sole non trovò ostacolo alla soglia degli insediamenti, non un soldato, né donne né bambini; non una bestia con cui sfamare i propri uomini. Tracce recenti conducevano alle montagne, altre in minor numero nel folto del bosco. Quando calò la sera e raggiunsero l’ennesimo villaggio disabitato ordinò che l’esercito s’accampasse, radunò poi i migliori fra i guerrieri e seguì la pista che svaniva fra i rami: le impronte d’un uomo, di un mulo carico, e di un bambino.
All’ombra delle fronde dense era buio e umido, nulla in confronto a ciò che li attendeva: quando il dedalo si schiuse e il canto del vento fra gli steli d’erba sferzò i volti sudati, un’oscurità assoluta e soffocante si stese ai loro piedi. La sentivano palpitare, gemere e tremare quasi fosse viva, sussurrava alle loro anime ogni male del mondo; eppure, le stelle brillavano. Piccole ed esili, quasi illusioni, e così numerose da non poterle contare: come gocce di pioggia calavano lente dalla coltre in tempesta.
«Il cielo piange le sue stelle».
Un soldato disse queste parole e cadde in ginocchio; estrasse la lama dal fodero e la piantò a terra innanzi a sé, pregando e piangendo insieme. Il resto della scorta seguì il condottiero nell’erba alta e scura, lasciando così a chi si era arreso il pudore di un suicidio privo di miserevole pietà.
Al centro della radura v’era un cerchio di pietra e intorno ad esso in preghiera certi vecchi e adulti dal capo chino la cui litania sommessa rubò al Conquistatore un mesto sorriso. Lesto sfiorì, tuttavia, quand’egli s’accorse del vecchio pozzo, incrostato di muschio e cenere, e vide la ragazza dal bianco vestito che vi dimorava, i suoi capelli d’ebano, la pura luce della sua pelle esangue. Da tale figura fu attratto, perciò a spada sguainata avanzò da solo verso di lei.
La Ragazza di Cenere alzò a lui lo sguardo. I lunghi crini le nascondevano l’occhio sinistro; il destro invece, nero come il miasma che oscurava il cielo, brillava tetro nell’oscurità.
«Avrai quel che desideri, umano. Anche la mia morte…» disse con voce abissale, solenne «... Se oserai guardare la verità nel pozzo».
Nessun enigma, la cruda realtà.
“A déi e demoni non è concesso altro tempo che quel che desiderano” pensò il Conquistatore, chiedendosi al contempo quale fosse la vera natura dell’anomalia che aveva incontrato. Conosceva la magia, e perciò temeva coloro che paiono quel che non sono; nonostante questo, il patto di un yokai** è vincolato al Flusso del mondo e perciò la Ragazza di Cenere sarebbe stata costretta a rispettarlo, qualunque fosse il desiderio che il Conquistatore avrebbe espresso.
«Dimmi: cosa troverò nel pozzo?» chiese.
Ella, per la prima volta, gli sorrise.
«Le stelle» rispose.
Senza riporre la lama il Conquistatore avanzò ancora, sino a sovrastare la fanciulla. Così piccola ai suoi piedi, avrebbe potuto decapitarla in un istante, separare arti ed anima dal tronco sottile e così eludere per via sicura la falce del destino. Allora perché ne provava ribrezzo al solo pensiero?
Alzò lo sguardo, il guerriero: su di loro incombeva la nera tempesta di fumo e braci, che soffocava la notte con ogni suo lume. La pioggia di vacue fiammelle, poc’anzi gelo del cuore, pareva ora insignificante di fronte alla maestosità delle tenebre.
«Non ci saranno stelle, laggiù» disse «perché la cenere ha divorato ogni cosa».
Poi, chinò il capo oltre le pietre scarne.
«Ti sbagli».
Le braci calavano, lente, nel pozzo, scivolando sul viso dell’uomo e turbinando nella completa oscurità sino a scomparire nell’abisso. Oltre a ciò, null’altro vide. Sorrise allora il Conquistatore, beffardo, e schiuse le labbra per rinfacciare la propria ragione e vittoria, al demone.
Ma non riuscì ad alzarsi.
Il ghigno sul suo volto mutò in smorfia di terrore, e mentre un pallore di morte gli tingeva la pelle cominciò a tremare, sempre più forte, finché la spada non gli sfuggì di mano e un grido spezzato echeggiò nel pozzo.
Udendo il suono infernale i soldati della scorta accorsero, mulinando le lame come invasati per farsi largo fra la folla sparuta di anziani. I primi a raggiungere il condottiero lo afferrarono per la casacca e cercarono di trarlo fuori dalla bocca abissale, ma lui ancor più violentemente si dimenò e urlando li scacciava.
«Lasciatemi! Lasciatemi!».
Riverso alle profondità della terra, il viso era nascosto agli sguardi increduli e disperati dei compagni, che si chiedevano quale orrore stessero affrontando i suoi occhi, tale da lacerare la mente e stillare la vita da un corpo.
La Ragazza di Cenere, sorridendo e fra sé sottovoce cantando parole arcane, s’allontanò un poco muovendo passi leggeri sulle punte dei piedi. In quel momento, la lama cerea della Luna squarciò la coltre in tempesta, aprendo un varco nel turbine vermiglio: il candido pallore estinse le braci e come spuma o marea calò sui mortali che al viso giudice del Signore del Cielo nascosero il proprio, inginocchiandosi e pregando a gran voce per implorare insieme pietà e perdono.
Come la luce calò sul suo corpo stravolto, il Conquistatore levò urla inumane e sangue nero si riversò dal suo elmo nell’abisso profondo, soffocando in un rantolo il respiro. Poco distante la Ragazza di Cenere danzava alla Luna e un sorriso ferino, a fauci dischiuse, donava al suo viso un inquietante candore. Qualcuno notò che le labbra, dapprima esangui, parevano ora risplendere d’un rosso vermiglio.
I soldati gridavano anch’essi e si strappavano le armature di dosso, perché alla luce della Luna il ferro era divenuto ardente e orrende vesciche aveva scavato sulla loro pelle. A nulla valsero gli sforzi, però, perché anche nudi continuarono a bruciare d’una brace senza fiamma che su di loro, invisibile, ardeva vendicativa.
«È la Luna, la Luna!» gridò uno di loro, prima di accasciarsi nell’erba per cercare conforto fra gli steli d’argento. Come lame affilate tuttavia lacerarono le sue carni, e il maledetto spirò con un ultimo gemito.
Gli altri, in preda al panico, fuggirono oltre il cerchio di pietra e scomparvero nel pallore accecante della radura. Nessuno di loro fu più visto nel paese delle risaie. Forse, dispersi al di là del mare, sfigurati e deformi, ancora si nascondono, la notte, e pregano che la Luna non torni a reclamare ciò che quella notte non riuscì loro a sottrarre.
Il Conquistatore, orrendamente riverso nel pozzo, ebbe uno spasmo e un fiotto di sangue scaturì dall’elmo in una nuvola rossa. Un grugnito sofferente, rantolo strozzato, tremava nel ferro lordo scandito dal palpitio irregolare del petto e dal cristallino tocco delle gocce vermiglie che singolari stillavano per ricadere nel vuoto o sulle sue mani dalla presa ormai malferma, per la grande stanchezza che lo stringeva e il plasma che ormai gli aveva ricoperto le dita.
Fra i gemiti, arrancavano parole sconnesse. La Ragazza di Cenere, ad udirle, fermò la danza e in fretta gli accorse di fianco, s’arrampicò sino a porgere l’orecchio alle labbra insanguinate.
Ascoltò, in silenzio, per un minuto che parve eternità a chi ancora oltre il cerchio di pietre era chino a pregare. Raiu, invero più curiosa che intimorita, cercò fra le voci il lento rauco del generale, ma quando riuscì a distinguerlo non erano rimaste all’uomo che poche fragili parole.
La ragazza dai capelli cinerei trasse un profondo respiro e si allontanò dal pozzo. Quando parlò, dalle sue labbra sgorgava un verbo nero intriso d’una oscura soddisfazione.
«Come stipulato, avrai ciò che desideri».
In un istante, calò il silenzio. Dissolta la tempesta, spente le fiamme, gelido il cuore. Il Conquistatore smise di tremare, sebbene il sangue dall’armatura continuasse a stillare: macchiava le pietre e i fiori di muschio, chissà quando sbocciati, petali bianchi ora tinti d’un dolce scarlatto.
E il cadavere precipitò nel pozzo.
Dalle profondità non giunse fragore di flutti ed ossa schiantate, ma una voce. Anzi, centinaia: un canto d’addio.
Piccole fiammelle rinacquero dall’oscurità che sino a un istante prima l’aveva inghiottite. S’alzarono al cielo terso e alla Luna consolatrice come in danza, volteggiavano lente per raggiungere le sorelle stelle. Così, la strana neve di brace ora scorreva nel senso contrario.
La Ragazza di Cenere cercò lo sguardo di Raiu: le sue iridi erano tornate grigie e così i suoi capelli e l’erba intorno, ma dal viso era scomparsa ogni traccia di malinconia.
«La guerra è finita, e le mie amiche non sono più sole».
I presenti, sconcertati e interdetti, attesero. Non avevano capito, o forse non riuscivano a credere, che tutto s’era realmente concluso, e perciò rimasero in silenzio e immobili che la fanciulla parlasse ancora e rivelasse cos’era accaduto, perché erano stati risparmiati, o quale fosse la sua vera natura. Prima però che potessero rivolgerle anche sol una delle mille domande che ai loro cuori affiorarono, la Ragazza di Cenere si sporse sul ciglio del pozzo e scomparve nella luce della Luna.
Più tardi, gli anziani e i capi villaggio tornarono alle proprie dimore, e il mattino successivo richiamarono gli abitanti che si erano nascosti fra le montagne. L’esercito invasore, privo di una guida, si disperse; i soldati, stranieri in terra sconosciuta, perirono per mano dell’ambiente impervio e del cuore vendicativo degli uomini.
La vita tornò al suo pigro tepore.
Ma un dubbio ancora assillava Raiu.
«Vecchia Yukiko» chiese alla nonna, alcuni giorni dopo «perché è successo tutto questo? E che cos’erano, davvero, le stelle nel pozzo?».
L’anziana saggia, intrecciando un cesto di canne, le sorrise: «Nell’oscurità non v’è modo di distinguere la fiamma d’una stella dal lume d’una candela, piccola mia. E molti sono coloro che con un tenue fuoco si sono persi nelle tenebre».
Raiu arricciò le labbra, ancora più confusa: «Cosa ha visto, allora, il Conquistatore nel pozzo?».
Yukiko smise di intrecciare, e sospirò: «Probabilmente, il frutto dei propri peccati. Ricorda, mio fiore: per quanto tu possa fuggire, un giorno dovrai rendere conto delle tue azioni. Allora, sarà la tua stessa anima a giudicarti».
La bambina abbassò lo sguardo e rimase assorta per lunghi istanti cercando di comprendere ciò che il cuore innocente non poteva ancora capire. Infine, apparentemente soddisfatta, tornò a lisciare i capelli della sua bambola di pezza.
Trascorsero alcuni minuti, prima che l’anziana Yukiko le domandasse: «E tu, cosa hai visto nel pozzo?».
Raiu alzò su di lei gli occhi vivaci, e con un dolce sorriso rispose: «Il mio riflesso».
Nessuno rivide la Ragazza di Cenere, e il pozzo mai più rifletté le stelle del cielo.
In fondo, non l’aveva mai fatto.

* Nella cultura e religione shintoista la Luna è una divinità maschile e si chiama Tsukuyomi.
** Nella mitologia giapponese, si definisce yokai una creatura soprannaturale solitamente pericolosa e le cui azioni hanno ragioni oscure. Ve ne sono di vari tipi, accumunati dall’intento malvagio e l’inganno perpetrato ai danni della vittima. Cionondimeno, alcuni desiderano una convivenza pacifica con gli umani, sin’anche a trasformarsi in uno di loro.






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Giacomo Soraperra

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