Haiko: L'oscurità nel pozzo (Seconda versione: racconto a tinte fosche)



La versione che segue è la seconda, in ordine di stesura. Fra i tre racconti, è quello che maggiormente riflette il mio "stile originale", nel senso che più degli altri ricorda per costruzione sintattica, logica e figure poetiche le mie opere precedenti. Risulta inoltre fortemente influenzato dalla mia recente lettura dei racconti brevi di H.P.Lovecraft: ho infatti cercato di ricreare l'orrore come inconoscibile per la mente umana. Il problema di questo racconto: è incompleto. E purtroppo non credo che lo concluderò.

Haìko

Racconto breve di Giacomo Soraperra


“C’era una bambina, seduta vicino al vecchio pozzo. Guardava le stelle attraverso l’acqua riflessa, perché il muschio le macchiasse di vita e si sentissero meno sole”.
La vecchia Yukiko sollevò per un istante gli occhi dal libro, come in attesa della logica obiezione che, sapeva, a causa del cuore innocente di chi l’ascoltava, non sarebbe stata sollevata.
“Ricorderete, infatti, che fra i cinque villaggi della nostra regione sorge una foresta di alti e intricati pini: nel suo cuore profondo si trova una radura dove una notte la Luna, stanca del suo compito ingrato, si pose per riposare, e per questo l’erba brilla come d’un argenteo candore. Lì i nostri antenati le costruirono un tempio, perché potesse dormire sotto un tetto e al caldo; ma quando il Sole si accorse della pigrizia della sorella, in collera scagliò una pioggia di fiamme e distrusse il tempio. Rimase solo la fonte, quasi prosciugata; la Luna tornò al suo posto nel cielo. Quella notte però, mentre gli uomini piangevano la fuga del dio, il vento portò loro conforto e dalle ceneri del tempio si alzò un’esile figura, i cui lunghi capelli brillavano del medesimo argento dell’erba. La bambina non rivelò loro il suo nome, ma da allora non si è mai allontanata dalla radura: ancor oggi veglia sulla fonte e sulle stelle che in essa si riflettono”.
La vecchia donna colse un sospiro, prima di chiudere il libro con un dolce sorriso. I bambini radunati intorno a lei, stesi sul pavimento di bambù o seduti sui grandi cuscini, a bocca spalancata, temevano di spezzare la magia col loro respiro. La meraviglia dei loro occhi, pensò Yukiko, era la vera magia.
“Anziana madre, c’è una cosa che non capisco”.
La donna piegò con un lieve cenno il capo, volgendo gli occhi alla piccola Raiu. Lei era la più sveglia, sebbene fosse anche la più giovane: una mente così acuta era rara, se non inquietante, in una bambina di otto anni.
“Per quanto il pozzo possa essere largo, non lo sarà mai abbastanza da poter riflettere le stelle, poiché è assai profondo e la loro luce è risaputo non possa attraversare la terra. E poi” continuò puntigliosa “tutti i pozzi dei templi sono coperti da un tetto che impedisce alla pioggia di contaminare la sorgente sacra. Dunque, è impossibile che la fiaba dica il vero”.
Sole Raiu, fra tutti, poteva accorgersene. Non per nulla, era sua nipote.
L’anziana Yukiko scoppiò a ridere e, posato il libro sulla mensola di fianco a lei, aprì le braccia: la piccola le corse incontro e si fece abbracciare, senza lasciare però che il gesto d’amore le cancellasse la serietà dal viso.
“La vera domanda non è come l’acqua rifletta le stelle, ma quali stelle rifletta”.
Raiu corrugò la fronte e le labbra in una smorfia insoddisfatta e stava per ribattere, quando il grido d’una campana risuonò nel villaggio. La vecchia Yukiko s’irrigidì all’istante e il sorriso scomparve dal suo volto: ben conosceva la natura di quel richiamo: portava una nera bufera.
Intimato ai bambini di rimanere in silenzio e di non lasciare la casa, l’anziana si affacciò alla finestra e vide un cavaliere giungere al galoppo in città, portava un drappo d’argento al braccio sinistro e una lunga alabarda dalla lama ricurva al destro. Arrivò il capovillaggio, figlio di Yukiko, e chiese spiegazioni; era infatti troppo giovane per conoscere il significato di quei simboli infausti. Il cavaliere disse solo che “Il tempo era giunto”; volse dunque il cavallo e, all’ultimo rintocco della campana, scomparve oltre il cancello e la lunga via.
Il figlio rimase interdetto, temendo nel cuore che la bufera a lungo scampata si fosse infine presentata alla sua porta. Volse gli occhi alla madre e trovò le sue lacrime; capì dunque che la guerra era giunta.
Prima che il Sole calasse si misero in viaggio: lui, che i cittadini avevano eletto quale loro rappresentante; Yukiko, la prima degli anziani; e Raiu, che desiderava conoscere la verità.
Lasciarono la città al tramonto, affinché la Luna guidasse i loro passi nascosti nell’intrico della foresta. Nonostante l’oscurità crescente, la notte non era buia: tetre colonne di fumo e cenere ardente s’alzavano al cielo in lontananza, testimonianza dei villaggi che già erano caduti. Raiu era al tempo stesso affascinata e intimorita da quegli immensi monumenti di fiamme danzanti, la cui luce vermiglia si mescolava al freddo tremore delle stelle lontane; tuttavia l’ombra che le sollevava, quasi fossero le gigantesche estremità di una divinità abissale, sopiva in lei qualunque meraviglia svegliando invece un sentimento recondito e primordiale.
“Non aver paura” le sussurrò Yukiko stringendola a sé, e la piccola fra le braccia dolci provò una stilla di fioco calore, nella notte fredda.
Lasciando alle proprie spalle le colonne nere, il capovillaggio guidò il mulo che portava la madre e la figlia verso uno stretto passaggio fra i cespugli di rovi e gelsomini che proteggevano i confini della foresta. Il cielo si spense, offuscato da un tappeto di smeraldo mosso dal vento.
Il mulo camminava lentamente fra gli aghi appassiti e le radici nodose, ma chi lo conduceva conosceva un sentiero sicuro, così i suoi zoccoli non caddero mai in fallo. E presto, giunsero alla radura.
Emersero dalla coltre verde e pesante, come nuovamente nascendo: la porta arborea si schiuse su uno spazio immenso e libero, dove l’erba d’argento ondeggiava viva al respiro del cielo, lassù, in alto, d’un blu assoluto che pareva uno specchio marino, con le stelle lontane e brillanti come tesori sommersi e segreti. Le rovine dell’antico tempio, poco più avanti, salivano lente lungo una leggera pendenza del terreno. Forse i racconti dicevano il vero, pensò Raiu: sulle tegole spezzate, sui legni coperti di muschio, sui muri sbrecciati, il segno del fuoco indelebile ancora macchiava quel che l’odio aveva distrutto. Doveva essere un luogo magnifico, regale e al tempo stesso leggero per non appesantire il cuore della Luna; ora non rimanevano che scheletri inanimati ai lati del sentiero… E un pozzo solitario sulla cima del pendio, l’unica costruzione intatta.
Il capovillaggio spronò la bestia verso i gradini consumati dal tempo, ma ad altro che i muti muri erano rivolti gli occhi della bambina.
L’erba. Era davvero d’argento.
La Luna era alta e maestosa nel cielo, regina del quadro sospeso sopra la radura, cinto dalla cornice degli alberi. I suoi raggi di neve piovevano densi e leggeri al tempo stesso, prendendo forma nella danza sospesa del polline e della polvere, della rugiada e degli steli che si muovevano al ritmo del vento. Ed essi come lei erano bianchi, impalliditi di fronte all’immensa bellezza della Dea.
Giunsero al pozzo, dove già gli anziani e i capi degli altri villaggi attendevano il loro arrivo e di chi più tardi sarebbe arrivato. Dopo aver porto rispetto a Yukiko e salutato suo figlio, spiegarono a questi che avevano più volte tentato di richiamare la Fanciulla di Cenere, ma questa non aveva rivolto loro parola.
Altro si dissero, discorsi da adulti che a Raiu non interessavano. Osservò invece che il pozzo era assai minuto (invero poco più largo di una ruota di carro) e che un minuscolo tettuccio ne copriva la sommità
“Che ti dicevo? Il racconto non dice il vero” sussurrò alla nonna.
“Non giudicare quel che a pieno non conosci, e non condannare ciò che non capisci” sentenziò Yukiko, sorridendole maliziosa.
Raiu avrebbe voluto controbatte, ma fu allora che il suo occhio notò qualcos’altro, vicino al pozzo. Qualcosa che si aspettava, ma non aveva ragion d’essere.
China oltre il ciglio di pietra fiorita di muschio, tanto sottile ed effimera che ad uno sguardo distratto poteva essere scambiata per un raggio di Luna, stava una fanciulla dai lunghi capelli d’argento: le mani minute si reggevano alle grosse rocce squadrate e il vestito bianco ondeggiava un poco smosso dai movimenti tesi che il suo corpo scuotevano per tenersi in equilibrio, sospesa col busto e le braccia al ciglio stesso del pozzo. Il suo viso era coperto dalla chioma di Luna, sì bianca che pareva davvero tessuta di fili d’argento; era chiaro però che stesse osservando l’acqua lontana e profonda, con intenso interesse.
Raiu scese da cavallo. Prima che il padre o chiunque degli altri adulti e anziani se ne accorgesse, aveva raggiunto la Ragazza di Cenere.
“Che fai?”.
La sua voce risuonò come un colpo di bombarda nel lesto vociare che intorno divorava la quieta notte: i capi si zittirono, i venerabili attesero il miracolo pur senza speranza. E invece accadde.
“Avvicinati, e guarda anche tu attraverso il pozzo: le mie amiche soffrono tanto…”.
Raiu non capì. Stava parlando delle stelle, quelle della leggenda? Se lei, la Fanciulla di Cenere, esisteva davvero, allora forse…
Yukiko smontò da cavallo e inciampò sul terreno dissestato del vecchio tempio, perdendo il bastone. Il figlio la aiutò ad alzarsi, le sue labbra però già si muovevano per gridar loro di fermarla, in fretta!
Ma alcun suono uscì.
In fondo, proprio a tale scopo aveva portato con sé la nipote.
Raiu camminò lentamente sino al pozzo. I capelli della ragazzina, all’apparenza più vecchia di lei solamente di qualche anno, ancora le impedivano di vedere il suo volto. La voce gentile, però, l’aveva convinta a fidarsi. Così, si sporse oltre il ciglio di pietra.
E le vide.
Centinaia, anzi migliaia di stelle, lontane ma ben distinguibili sul fondo del pozzo. Sbalordita, la piccola balenò gli occhi fra il tetto sopra di lei e l’ineluttabile verità delle viscere della terra, più viva di quanto il cielo fosse mai stato. Ma c’era qualcosa di strano, in quel cielo sotterraneo. L’oscurità che avvolgeva le piccole e numerose stelle, infatti, non era il mare in bonaccia che la Luna stende per sanare i mali del giorno: un nero catrame, privo d’ogni luce, strozzava i tenui lumi che lottavano per stare in superficie e non perdere se stessi in quell’inferno orribile.
“È orribile”.
Il cuore di Raiu batteva forte nel piccolo petto, come a volerlo spezzare. Il dolore delle piccole stelle era il suo, incontenibile e troppo orrendo perché un’anima potesse sopportarlo.
“Sì, lo è.” rispose la ragazza, il cui viso per la prima volta mostrò alla bambina: le iridi grigie, come l’acciaio, accoglievano un nero abisso del tutto simile a quello che gorgogliava sul fondo del pozzo. “Per questo continuo a guardarle: il muschio non deve smettere di crescere”.
La sua voce era adesso carica del peso dell’esperienza, del dolore; nulla era rimasto della giovinezza che dimostrava. Allora si allontanò dal pozzo, si volse ai capi villaggio e disse loro: “Abbandonate le vostre case, nascondete famiglia e averi nelle grotte nascoste. Poi, conducete da me il Grande Conquistatore”.
Non pronunciò altre parole, ma li fissò a lungo. Pareva che la luce del suo viso fosse fiorita, sebbene alla Luna i suoi capelli ancora brillassero argentei.
Così loro fecero. Tornarono ai villaggi prima che la Luna calasse e alle prime luci del giorno le carovane solcarono i sentieri montani verso le grotte dove accatastavano provviste per gli inverni più rigidi; lì uomini, donne, soldati e bambini avrebbero atteso sino al termine del massacro. I capivillaggio, invece, fecero ritorno alla radura e lì aspettarono, notte dopo notte, che il nemico arrivasse.
Con loro c’era anche Raiu, perché grazie a lei avevano ottenuto il favore della Fanciulla di Cenere.
La piccola non sapeva chi fosse questo “Grande Conquistatore” o come avrebbe fatto a raggiungere la radura del tempio bruciato, ogni giorno trascorreva dunque in timorosa attesa ed ozio teso. Ma la notte, le meraviglie del campo d’argento le impedivano il sonno. Sotto i raggi della Luna al suo massimo trono celeste, infatti, le colonne di fumo nero e fiamme che aveva visto alzarsi dai villaggi distrutti convergevano sopra la radura stendendo un manto d’ombra a coprire il cielo; poi, come risucchiata da un vortice, l’oscurità calava verso il pozzo e nelle sue profondità scompariva. Allora la Ragazza di Cenere compariva e si affacciava oltre le pietre verdi, e lì rimaneva finché il primo Sole non ne dissipava la sottile figura.
“Come può il muschio crescere al suo sguardo, nonna?”.
“Ella può questo perché è suo potere far vero ciò che non è, e realizzare il proprio volere nel mondo”.
“… Se quelle nel pozzo non sono stelle, allora cos’è il muschio che vi cresce?”.
“È la vita stessa, Raiu”.
La bambina non chiese però del fumo nero e del miracolo che ogni notte la Luna domava. Ormai aveva capito, e sapeva come la storia sarebbe andata a finire.



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Giacomo Soraperra

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