Haìko - Le stelle nel pozzo (Prima versione: leggenda orale)
La versione che segue è la prima, in ordine di stesura. E' un racconto scritto di getto a tarda notte, sotto lo sguardo caritatevole di una Luna novella. Non presenta orpelli, ed è la più corta delle tre versione. Nonostante ciò, è forse la migliore: lascia al lettore piena libertà d'espressione. A causa di ciò, tuttavia, può risultare confuso, e il significato resta oscuro.
Haìko
Racconto breve di Giacomo Soraperra
C’era una bambina, seduta vicino al
vecchio pozzo. Guardava le stelle attraverso l’acqua riflessa, perché il
muschio le macchiasse di vita e si sentissero meno sole.
Dai villaggi vicini vennero i saggi,
perché la guerra era alle porte e grande il timore nel cuore degli uomini,
grande la tristezza sui volti di chi doveva dire addio. L’assemblea, per
tradizione, si teneva intorno al vecchio pozzo; ma non potevano parlare d’ombra
e morte di fronte alla bambina, perché certo non volevano corrompere il suo animo
puro.
La fanciulla disse loro:
- Avvicinatevi e guardate anche voi
attraverso il pozzo: le mie amiche soffrono tanto -.
Gli anziani, credendolo un gioco
d’infanzia, ignorarono la piccola e la esortarono ad allontanarsi, perché
l’urgenza della realtà soverchiava ogni fantasia. Lei, con uguale se non
maggiore risolutezza, non si mosse: dondolando le gambe nel vuoto, s’appoggiava
col petto e il mento alle pietre antiche e con le iridi luminose scrutava gli
astri del cielo.
In quel momento il vento s’alzò e cantò una
melodia mai sentita fra le cime dei pini, la Luna balenò piena dalla prigione
di nuvole e alla sua luce i capelli della bambina divennero d’argento.
Cogliendo allora il segno della divinità, gli anziani pregarono chiedendo
perdono e si allontanarono dalla radura.
Per tre giorni tornarono, e sempre
trovarono la bambina protesa verso l’acqua distante. Nelle profondità umide e
buie del pozzo le stelle brillavano fosche, cinte da una corona di verde
muschio.
Quando i corni di guerra cantarono e le
fiamme arsero i confini, un’ultima volta gli anziani tornarono alla radura. I
più scaltri furono sorpresi, ma i saggi sorrisero, quando trovarono la bambina
al centro della piana ad aspettarli.
- Conducete da me il grande conquistatore
- disse, e li guardò a lungo. Pareva che la luce del suo viso fosse sfiorita,
ma alla Luna i capelli ancora brillavano argentei.
Il nemico venuto da lontano non trovò
ostacolo alla propria barbarie, perché i guerrieri del paese non alzarono le
armi contro di lui e i villaggi deserti non offrirono altro bottino che un
assoluto silenzio. Gli anziani infatti, compreso il messaggio del nume, avevano
evacuato uomini e bestie verso i rifugi montani.
Inevitabilmente, dunque, il conquistatore
giunse alla radura.
Lì, trovò i capi villaggio radunati. E
una bambina, in piedi di fronte a loro.
- Questo paese ha governanti sì deboli
che preferiscono nascondersi dietro un infante? – gridò beffardo il guerriero tendendo
la lancia contro la piccola sin quasi a graffiarle la veste con la punta affilata.
I capelli di lei, ora corvini, cadevano sugli occhi scuri e lo sguardo severo.
- Avrai tutto ciò che desideri, anche la
mia morte - rispose lei con voce calma, solenne - se accetterai di guardare nel
pozzo -.
Il grande conquistatore alzò ancora la lancia,
puntandola al volto senz’anima della bambina. Conosceva la magia, il guerriero
facile al sangue, e perciò temeva coloro che paiono ciò che non sono. Sapeva
tuttavia che un patto è sacro al Flusso
del mondo e perciò, se accettato, gli avrebbe garantito quanto promesso.
- Dimmi, cosa troverò nel pozzo? - chiese
dunque.
La bambina, per la prima volta, gli
sorrise: - Le stelle – rispose.
Il grande conquistatore, allora, scese da
cavallo e affidò la lancia al suo primo ufficiale, tenne però la spada cinta al
fianco. La bambina abbassò il viso e si pose innanzi a lui per guidarlo al
pozzo.
Mentre camminavano verso il destino, il
guerriero cercò gli occhi dei propri nemici. Ma li trovò bassi, rassegnati,
come quelli della bambina. Che fosse veramente il fato, a volerlo padrone di
quelle terre?
Il pozzo di pietra antica si apriva al
cielo nero di nubi, fumo opaco e scarlatto che dai villaggi dati alle fiamme si
era tristemente alzato all’etere freddo. La bambina sollevò il viso, fissò il
conquistatore nelle iridi di tetra fiamma ardenti e gli indicò l’acqua lontana.
Lui la schernì, ruggendo: - Non ci
saranno stelle, laggiù. La cenere le copre -.
-Ti sbagli - affermò lei, senza
distogliere lo sguardo - Le stelle ti attendono sul fondo del pozzo -.
Il guerriero allora, incuriosito e
turbato, decise di sporgersi. Lo guardavano i capi villaggio col cuore pieno di
paura, lo ammiravano i suoi ufficiali e le truppe fedeli che per lui avrebbero
marciato ai confini del mondo. Ma tutto era destinato a finire quella notte.
Il grande guerriero si sporse, sempre
più, e infine gridò. Gridò, urlò, squarciarono il velo stesso del cielo i suoi
lamenti. Il corpo tremava colto dagli spasmi e l’armatura tintinnava come le
campane del santuario, annunciando un miracolo imminente. Gli anziani, pieni di
riverenza, cominciarono a pregare; i soldati, dopo un primo momento di sgomento,
furono presi dal panico e fuggirono. Non avrebbero mai dimenticato l’ululato
selvaggio che echeggiò per le campagne e gli orrori infernali che quei suoni,
non umani, richiamarono alle loro menti mortali.
Infine, al culmine della pazzia, il
conquistatore perse la presa, le gambe cedettero, e scivolò nel pozzo. Fu un
attimo, e le acque lo inghiottirono. Calò un profondo silenzio.
Allora, da dietro la cortina di fumo,
comparve la Luna. La bambina, i cui capelli erano tornati d’argento, sorrise
agli anziani e disse: - La guerra è finita, e le mie amiche stelle non sono più
sole. Selene non dovrà più vegliare sul loro futuro spezzato -.
Prima che potessero rivolgerle anche sol
una delle mille domande che ai loro cuori affioravano, la bambina scomparve.
Nessuno la rivide, e il pozzo non rifletté più le stelle del cielo.
In fondo, non l’aveva mai fatto.
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Giacomo Soraperra


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