I racconti della Luna n.5: Selkie



Selkie





C’era una grande foresta, tesa fra i monti delle Torri Scarlatte. Ora è cenere e silenzio, laddove la nebbia soleva cantare. Ferma, sulla via, sta una pietra, grezza e spoglia, che neanche il muschio osa abbracciare.
All’ombra delle Torri giace un villaggio di cacciatori invecchiati, le cui dita fibrose tendono erba di grano e non più corda, piuma e cuoio. La locanda ingrigita, le sue stanze umide: così sopravvivono gli uomini dell’avamposto, in attesa dell’ultima alba.
“Senza la guerra, le Torri diventano rovine. E la malattia ha sterminato le belve” mi raccontò un anziano bevitore, chino sul tavolo, scrutando il bicchiere opaco forse perché sporco, o forse sporchi erano i suoi occhi.
“Le ha uccise tutte, tutte quante… Tranne, ovviamente, la Grande Selkie”.
Narrano i miti delle donne-sirena dei golfi, la cui pelle scuoiata permane a memento del passato sfiorito come speranza di fuga da un futuro tedioso e chi la possiede controlla la creatura; ma io sono un Cacciatore di Miracoli, non di Racconti, per questo mi alzai e, gettate due monete sul tavolo, coprii con la sciarpa il volto per sottrarlo al gelo della sera.
“La Grande Selkie ha visto la Torre”.
Quella frase, biascicata come una preghiera al vespero, inchiodò il mio passo. La neve mi gelava gli occhi, il vento le dita; il sangue, però, ribolliva.
Gli chiesi di raccontarmi e così, lui incominciò:

C’è una grande foresta, tesa fra i monti delle Torri Scarlatte: la guerra ne ha sfumato il ricordo, tuttavia il suo canto ancora sommessamente scivola sulla terra brulla, in attesa che il giorno venga.
‘La Grande Selkie è donna e ha visto la Torre!’, così intonavano a labbra appena dischiuse le vecchie massaie intente a cucire i corsetti, e rispondevano gli uomini conciando le pelli: ‘Ti porti la notte un Sole sfiorito, per l’aurora nascosta che in te ricorderai’. Senza sapere, senza sapere…
Non conosco il suo nome, o la famiglia o il paese. Ma la pelle è di Luna, certo, e la voce sottile; scarlatta la chioma che le cinge i fianchi, pesca la corona che le adorna i seni.
La vidi una notte e non dimenticai: l’inverno correva su ali d’aquila e meste le braccia nude degli alberi ghermivano il cielo, nel profondo del bosco regnava tuttavia il silenzio irreale della neve. La vidi fra i rami, e volli morire.
Al mio fianco stavano Thoran e Wilhard il fabbro, e il giovane Hollard al seguito. Tre cacciatori e un idiota alle porte della Luna.
Ella stava cantando e la sua voce, come acqua che zampilla, ci attirò a lei. Ci vide, ma continuò: si lisciava i capelli e chinava la testa, passava le dita sulla pelle tesa che attirava i nostri sguardi.
D’improvviso, la Grande Silkie si fermò e disse, guardandomi: “Tu mi desideri, figlio delle maree”.
Cercai gli occhi degli altri, ma erano fissi sul seno di Luna e perciò ero solo, contro di lei.
“Io voglio vivere, demone”.
“Demone?” ripeté lei, ridendo “No, alcunché da spartire io ho con la genia delle profondità. Io ho scelto la luce”.
La Silkie tese le lunghe gambe ceree, indugiando laddove i capelli sfioravano la  pelle liscia e perfetta.
“Tu mi desideri, figlio delle maree” disse ancora, mentre avanzava e io indietreggiavo, goffamente, nella neve ormai gelata che mi arrivava al ginocchio. Intorno a me era un silenzio bianco: i miei compagni, dispersi in quel bagliore accecante, fuggirono presto i miei pensieri.
I capelli della Silkie, così lunghi, attirarono il mio sguardo sul suo ventre piatto. Allora, in parte compresi.
“Perché desideri che ti vincoli a questo mondo? Non sei forse già la sposa degli alberi, dei pendii e della valle fra le Torri Scarlatte?”.
Ella si fermò, adagiando i piedi fra gli steli d’erba che fiorivano laddove il suo passo posava. La luce della Luna, lama della realtà, scivolò sul suo viso rivelando un ghigno orrendo e bestiale, un grugno da foca con baffi untuosi e denti affilati.
“Un limite è concesso dal Grande Scorrere ad ogni cosa, Figlio delle maree: a te, e a me”.
Tornò nell’ombra e con le mani si strinse forte i seni, lasciando che la loro forma piena scivolasse fra le pieghe delle dita.
Caddi in ginocchio, il cuore in fiamme. Ma quel fuoco, straniero, mi bruciavano le vene e la testa e il basso ventre, tanto che mi spogliai e abbracciai il gelo della neve.
Come ben immaginerai, non ci fu sollievo.
“Entra in me, ti prego, e rendimi parte di questo mondo ancora una volta”.
Si chinò sudi me. I suoi capelli mi avvolsero e il suo odore, profumo di donna, divenne il mondo intero. Per furia ferina persi la mia umanità, affondando i denti nella pelle candida delle sue spalle e lei gemette; di soddisfazione, certo… Ma di piacere, non credo.
Sentii le sue dita scivolare lungo la schiena e cingerla in un abbraccio perfetto. In quell’istante, eravamo il tutto: fuoco e neve, terra e mare, l’inizio e la fine d’ogni cosa. In un istante, scivolò sulle mie gambe, e allora…

Qualcuno sbatté con violenza una caraffa colma sul tavolo di fianco al nostro: non solo il frastuono interruppe il racconto, ma un’ondata di birra di bassa lega mi annegò berretto e sciarpa nel suo fetore alcolico.
“Non star ad ascoltare questo pazzo, straniero! Da quando è accaduta quella cosa là, la sua testa non funziona più tanto a dovere!”.
Il gigante (la cui madre probabilmente aveva portato piacere e distrazione su innumerevoli campi di battaglia ed osterie di porto) neanche si presentò, riprendendo a tracannare l’ormai esiguo contenuto della caraffa. Gli domandai dunque, con poca convinzione e speranza, il motivo di tanta diffidenza, mentre il mio primario interlocutore perdeva il proprio sguardo fra i riflessi iridescenti del bicchiere.
“Ciò che è successo nella foresta resta nella foresta, straniero. Certo, se proprio fossi curioso, potresti tu stesso seguire il vecchio Sentiero di Kala sur Visa e…”.
Prima che finisse la frase l’inverno irruppe con violenza dalla porta spalancata, che sbatté un istante dopo alle mie spalle. Lo lasciai, immagino, con molti dubbi e poca soddisfazione fra i baffoni da tricheco e invero mi stavo congelando il naso ancora madido di birra scadente, ma son queste soddisfazioni che un uomo deve cogliere lungo il cammino, quando capita l’occasione.
Il “vecchio sentiero”, così l’aveva chiamato, era una mulattiera che dal villaggio si snodava attraverso l’intrico di sempreverdi costeggiando la sponda Nord-Occidentale della valle, scendendo in questo modo verso la costa frastagliata che dava sul Fiordo della Vergine o, in lingua locale, Wiergenvolt.
Non passò molto tempo e troppi rami sopra il mio capo, che mi persi nel folto del bosco. La via battuta scorreva sotto i miei piedi, avevo tuttavia la certezza che non fosse un terreno normale e, invero, nemmeno reale. Almeno, sapevo d’essere sulla strada giusta.
“Non credevo di trovarti qui, Figlio della Luna”.
Affondai gli stivali nella neve ed emisi un latrato stanco dalla gola in fiamme. Con occhi miopi e scatti del collo cercai la fonte di quello scroscio cristallino e allora vidi, nel bianco accecante, un’isola verde fra gli aghi di pino. Decisi di riprendere fiato, prima d’avanzare.
“Non credo d’aver mai visto qualcuno della tua stirpe. Non qui, almeno, dall’altra parte del Velo”.
Rise, e all’improvviso il gelo scomparve, con lui l’inverno e lo scorrere del tempo.
“Ti piace questo nome? ‘Velo’… Lo usano gli abitanti delle città, i signori dagli eleganti panciotti. Tu, invece, vestito di stracci impregnati di birra, sai meglio di loro quanto un nome del genere sia riduttivo, limitante e, invero, davvero sciocco”.
Al limitare della radura cadeva la neve. Lenta, senza un rumore, nemmeno il vento ne turbava lo scrocio. Mi scivolava fra i capelli che calavano sul viso, sul naso rosso acceso e congelato, sulle labbra aperte dall’affanno e dalla sorpresa, cadeva a terra perdendosi in quel mare bianco.
E lei, al centro, su una roccia coperta di minuscola e verde vita, mi guardava; ridendo con gli occhi, cantando sottovoce con la sua bocca gentile: la sua pelle era cerea, ma screziata di scintille scarlatte come calate dai suoi capelli di fuoco; iridi scure, nere come il fondo abissale, mi scrutavano dal suo viso ovale, delicato, misurato; labbra piene, ma tristi, tremavano sul suo corpo non più nudo, perché una coperta turchese le copriva le spalle e cingeva i fianchi, lasciando scoperto il ventre slargato e quel fiore ingrigito che al suo petto da tempo era sbocciato.
“Sei arrivato giusto in tempo, però: sto per andarmene.” riprese, dondolandosi sulla roccia “Tornerò alla marea, quando la nostra Madre comune sarà alta nel cielo e la canzone porterà con sé l’ultimo ricordo di questo dolce inverno. La vedi, questa?”.
Si volse, dandomi le spalle. Allora, me ne accorsi: non era una mantella, la forma spessa e turchese che indossa, ma una pelliccia.
Nello specifico, una pelle di foca.
La sua pelle.
Inclinando il collo da cigno posò un occhio divertito su di me e riconobbe il mio sguardo d’intesa. Riprese: “Erano duecento anni che non la indossavo. A dire il vero, credo che mi stia stretta: colpa della gravidanza, certo!” disse divertita, imitando quel modo di parlare un poco volgare e un poco idiomatico delle persone del villaggio. Le sua dita scivolarono sui fianchi, che strinsero forte. Non fossi stato un Cercatore, forse non mi sarei accorto del dolore che trasmettevano, così in contrasto col dolce sorriso che le illuminava il volto.
“Che fai ancora lì? Avvicinati, Figlio della Luna”.
“È vero quel che dicono di te?” la interruppi, la gola riarsa “Hai davvero visto la Torre?”.
Le sue labbra si contrassero, e così il mio stomaco. Fu forse mia impressione o accadde davvero, eppure una nuvola scura era calata sul candore della radura e sui nostri pensieri.
“Dunque è per questo che sei qui” disse lei.
Mi sentii morire. Per rimorso.
“Avrai la risposta che cerchi. Ma non da me”.
Di nuovo, mi sentii morire. Di rabbia e disgusto.
La Selkie s’aggiustò il manto sulle spalle e si mise in piedi. La pelle ricadde lungo la sua schiena ed aderì alle gambe unite, avvolgendole. Mi aspettavo che si sarebbero tramutate in coda e che il suo viso si deformasse orribilmente in un ghigno animale. Nulla di questo accadde: il vello si fuse con la proprietaria e così il suo candore divenne sfumatura di mare e cielo, facendola rassomigliare più ad una ninfa o fata del bosco che all’essere di cui narravano le leggende.
“Troppo a lungo ho filato la mia tela, stirando la mia anima oltre ogni dire. Di me non resta che un’immagine vaga e, quel che è più importante, una discendenza: dispersa dal vento e dall’acqua, essa raggiungerà ogni confine della Terra; eppure, non v’è speranza che il primo seme sopravviva senza il mio canto a scandirne la sorte”.
La Silkie allargò le braccia come a voler abbracciare l’intera foresta, ogni ramo e stelo e fiore che dalla neve esitava verso il cielo ormai al tramonto. Alle sue spalle, infatti, il Sole calava dietro le Torri Scarlatte e la sua lama di fuoco lambiva la cima dei pini, sospesa nell’etere dalla nebbia umida che, nel mio cuore, era ed è il respiro stesso della foresta.
“Dimmi sol questo: perché lo risparmiasti?”.
“Parli del Figlio delle maree? Fu per svista o, forse, per gioco.” disse lei, lo sguardo alto oltre le stelle, le forme belle in perfetta tensione “E poi, già allora cominciavo a sentirmi stanca: generare quattro figli m’era invero impossibile, e gli altri tre uomini avevano ceduto molto prima di lui. Il loro sangue già scorreva nella terra gravida, quando per l’improvviso timore si ritrasse da me e scappò, col cazzo rattrappito a penzoloni nella neve”.
L’improvvisa scurrilità della Silkie mi lasciò insieme sorpreso e allibito. Probabilmente, era un’altra di quelle espressioni forbite che aveva appreso dagli abitanti del villaggio. Seppur li avesse sfruttati per generazioni, infatti, nutriva nei loro confronti un profondo amore. Forse, per questo aveva usato proprio loro come seme per la propria genia: se il destino le aveva imposto di trasmettere un’immagine di sé, allora sarebbe stato un ricordo d’amore.
“Suppongo solamente, ma… era vergine?”.
La Selkie, nascondendo il rossore fra i capelli, rispose: “Hai indovinato, Cercatore”.
Balenò la lama in un unico tondo affrettato, che portò con sé l’estremo respiro del giorno. Un nuovo sospiro scosse le fronde e crepitò fra i rami schiantando la neve al suolo: il canto delle montagne che scendeva nella valle alla sera.
La donna sospirò e mi volse le spalle, pronta ormai a scendere dalla roccia. Flesse le gambe e fu per saltare, quando una mano trattenne il suo braccio: la mia.
“Ti prego, non andare!” la supplicai, trovando l’interesse del suo sguardo di tenebra “Che ne sarà del villaggio, se tu te ne vai? E della vita che tra i tuoi figli è cresciuta e ora trema al pensiero di tale abbandono?”.
Non so perché, ma scoppiai in lacrime. La stanchezza del viaggio, la frustrazione dell’inutile, o magari il fetore di birra che m’aleggiava intorno avevano infine spezzato il mio animo.
La dolce Selkie, allora, m’abbracciò. Non un brivido percorse la sua pelle quando la mia faccia congelata s’adagiò al suo seno ormai sfiorito, non più d’amante, ma di madre. A quel tepore mi lasciai affrancare, trovando rifugio alla solitudine.
“La guerra ha distrutto il mio amore. Dovresti averlo visto, fratello: le bestie sono fuggite o decimate per sfamare gli eserciti, il villaggio ormai si sostiene a stento e non più per i frutti della foresta. Le mie prime figlie possono ora riposare. È per la madre, che non vi sarà mai pace”.
Mi strinse forte ed io strinsi lei, perché la sentivo simile a me: sola, incerta, forse dimentica di quell’amore che i mortali possono condividere e ai Miracoli, per sorte avversa o invidia di Dio, è negata.
“Dirigiti a Sud-Est. Cerca il popolo che venera le stelle: loro sapranno indicarti la strada”.
Sciolse l’abbraccio, mi sorride, e scese dal masso.
In un istante, calò la notte. Intorno a me si stendeva un deserto arido, coperto di neve. Ai miei piedi, la grande roccia svettava solitaria, nuda, ormai gelida.

Come vi dissi in principio, dietro il monte delle Torri Scarlatte c’era una grande foresta; ma quella notte, i figli della Selkie morirono con lei.
A volte, percorrendo il Sentiero di Kala sur Visa, mi par ancora di sentire la loro voce, alla sera, mentre perdo il mio sguardo verso il fiordo lontano: fruscio di steli bianchi, profumo d’aghi di pino…

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