Sheala - Né al mare, né al cielo (seconda versione: il racconto del cantastorie)

Quella che segue è la seconda stesura di Cailàin. Meno criptico del primo racconto, esso risulta comunque nebuloso in alcuni suoi aspetti, e perciò il senso complessivo del racconto potrebbe venir fuorviato. A tale motivo, suggerisco di leggere prima la terza stesura (Cailàin - L'altro lato dello specchio) onde coglierne a pieno le sfaccettature.
Dei tre, è quello che approfondisce maggiormente la personalità della protagonista e ne coglie la terribile determinazione.
Lo stile è semplice e diretto, dalle tinte oniriche, una danza estatica al chiarore della Luna.
Un sogno oscuro, di cui vi faccio dono.


Sheala - Né al mare, né al cielo

Racconto breve di Giacomo Soraperra


Potrei raccontarvi del villaggio oltre la collina, dello stendardo vermiglio che garriva il vento del nord, o delle foreste di tenebra che svanivano a meridione sin oltre il guardo e il pensiero. Potrei, ma sarebbe inutile, irrilevante per la nostra storia. Invero, la si potrebbe riassumere in un’unica frase.
Il grande serpente era giunto dal mare.
Il resto, sono ricami su una tela già stesa; dettagli di una leggenda sbiadita. Il nome della ragazza, il legno del suo arco, la sacca di pelle conciata e la corazza di cuoio battuto che le copriva le spalle sottili, la luce nei suoi occhi di giada. Le scaglie lucide che rifrangevano gli ultimi sospiri del Sole, la cresta ossea dal morto candore, la chiostra di zanne tese in un ferale sorriso, e le iridi sanguigne del mostro come impronta di lama nella tenebra delle sue pupille spente. Il respiro del mare, continuo e sommesso, a lambire con la sua spuma i piedi della ragazza e il ventre dell’abominio.
Il tramonto calava sullo stridio dei gabbiani. I marinai tornavano alla fonda, le loro grida si levavano alte alle prime stelle della sera.
«Vieni» disse il serpente.
La ragazza obbedì.
La marea le scivolava addosso senza sfiorarla, non si inumidirono gli stivali di pelliccia e la gonna lacera. Invero, non appena l’acqua le arrivò alla vita, il serpente volte il fiero capo longilineo e nel tumulto che le sue spire impressero ai flutti, la ragazza scorse una mesta oscurità diramarsi sul fondale; e in un istante, l’acqua divenne solida come il ghiaccio e lei poté camminarci dapprima attraverso, e poi su di essa.
Insieme all’ombra delle nuvole corse sul filo calmo del mare, guidata dal mostro che innanzi a lei solcava la marea. La riva si fece distante, sì tanto che il canto dei gabbiani divenne un lontano ricordo. Il Sole scomparve rapido, oltre il Confine del Mondo, laddove il mare precipita nel vuoto del cielo.
La Luna comparve sulla volta blu coronata di stelle: a quella luce la serpe rivolse un mesto grido che scosse gli abissi gelidi sotto i piedi della fanciulla, ma lei non ebbe paura. La bestia si slanciò in alto sopra di lei e tese il corpo in un ampio arco, corsero le spire disperdendo spuma sottile che su di lei ricadeva bagnandole il viso e gli occhi velati. Infine la coda del mostro, terminante con un’immensa pinna, le passò sopra e scomparve fra i flutti.
Per un istante, calò il silenzio.
Era sola, la fanciulla, sospesa sul confine del mare. Lei non era né oceano, né cielo.
«E allora, cosa sei?».
La tenebra brillò di due rubini di fiamma, ma la voce pareva vibrare in ogni onda, nel vento, nelle nuvole leste, senza riuscire a sfiorare le stelle.
La ragazza mosse alcuni passi fra le onde. Provò a saltare, a girare su se stessa, infine danzò al confine fra i due mondi. Da quello sotterraneo il mostro la osservava in silenzio, respirando il fiato dell’abisso; sopra di lei la Luna scivolava sul mare di braci distanti contando i desideri inespressi e i sogni che ancora dovevano nascere.
La fanciulla correva sull’acqua e il suo petto batteva forte. Il mondo stesso correva, in direzione contraria e indecisa, senza sapere se precipitare alle sue spalle o svanire oltre il margine dell’universo. Il serpente la seguiva oltre lo specchio, interrogandosi sulla natura degli uomini e sul loro ostentato desiderio. Divertito, schiuse le fauci e un lampo cereo corse nelle profondità morte, portando la novità, così presto svanita.
E i passi si spensero, terminò la danza. Ma il petto ancora batteva.
La ragazza si portò le mani al seno immaturo, stupita al sentirlo ancora battere e lottare. Strinse forte i pugni ad esso, sul proprio cuore crollò e chiuse gli occhi perché le lacrime non le bagnassero un ultimo sorriso sprezzante rivolto alle stelle.
«Sei pronta?» chiese la voce dell’abisso.
Lei non rispose.
Il serpente, allora, portò il muso sino all’estremo confine dello specchio ed oltre ad esso sporse le narici serrata, i lunghi baffi membranosi e infine gli occhi, fessure rosse in una tenebra infinita che su di lei calarono. Non erano però minacciosi, no. Curiosi, certo; pietosi, un poco. La stava studiando, cercava di capire la melodia della sua anima.
«Non appartieni al cielo, bambina.» disse «Cosa ti fa pensare che per il mare sia diverso? Che meriti hai, fanciulla, per chiederci asilo? La tua sola esistenza non basta a giustificare un posto nel mondo, ciò non significa che la soluzione sia però sostare a metà. Qui, fra Luna e Buio. Tua è la scelta».
La ragazza si strinse ancor più al petto in fiamme, disperando un grido che non riusciva ad esplodere, soffocando un pianto che non meritava.
Arco e faretra le scivolarono, l’oceano li divorò in un istante. La gonna lacerata, la veste da lavoro, la corazza di suo padre: se le prese il vento. Il freddo della notte le avrebbe presto sottratto il respiro.
Il serpente schioccò le fauci una, due volte, e le membrane degli occhi scorsero a mascherare la brace che in sé covava; non un istante distolse però lo sguardo dalla fanciulla.
«Che cosa sei?».
«Sono io. Niente».
«Perché?».
«È irrilevante».
«Dunque?».
«Esisto».
Il mostro, soddisfatto, lasciò che la Luna scivolasse sulle sue zanne ceree. Una furia orrenda pulsava in lui, per questo le spire si contorsero orrende nelle oscurità celate dell’oceano e gli abissi erano pervasi da una vita non loro. Emise un ruggito gutturale e lesto scomparve nel buio. La ragazza cessò il suo pianto e volse un ultimo, disperato saluto alle stelle.
«Sono pronta. Lascia che il mare mi prenda».
Chiuse gli occhi.
Risa, nell’oscurità. Dapprima sommesse, ora più forti, tamburi che sconvolsero le fondamenta stesse dell’universo. Le stelle crollavano, la Luna vacillò sul suo trono distrutto, e l’oceano inghiottiva ogni cosa. Scomparve, un frammento alla volta, la realtà: divorata dai flutti, le luci si inabissarono una alla volta, lasciandola sola. Lei, senz’altro che i propri pensieri, in un mondo buio. E il mare, sotto di lei, in attesa.
Sconvolta, cominciò a strapparsi i capelli, e poi la pelle, a brani, con le unghie, con le grida, finché non rimase altro che il dolore, come fuoco vivo nel petto.
Dal vuoto giunse una voce ferina, più nera della tenebra, ebbra e quanto mai viva; forse era la serpe, forse il suo stesso cuore: «Sciocca! Sì ciechi sono i tuoi occhi, da non saper riconoscere il riflesso dal vero».
Allora, la ragazza capì.
Perché non apparteneva al cielo, e nemmeno al mare.
Non riconosceva né un mondo, né l’altro.
…
Quando era passata dall’uno all’altro?
Dicono che ci sia un villaggio, dietro la collina, sulla riva del mare. Gli abitanti volgono spesso al mare uno sguardo mesto nel timore di scorgere Jormungandr*, i suoi inganni, e il respiro della marea. Dicono che fra loro vivesse una fanciulla dallo sguardo triste che un giorno trovò la pace negli abissi neri e freddi; dicono che la trovarono sul fondale i cercatori di perle, che intorno a lei la rena formasse ampi cerchi e volte come se prima di spirare avesse danzato un’ultima volta.
Come se non si fosse accorta, che il mare l’aveva inghiottita.
Ma era già morta da chissà quanto tempo.


* Midgardsormr (o Jormungandr) è uno dei tre figli del dio Loki, che secondo la mitologia nordica avrebbero causato la caduta di Asgard. Per questo motivo, fu confinato nelle profondità oceaniche dal dio Thor, che da allora divenne suo nemico giurato: i due sono infatti destinati a scontrarsi nel giorno del Ragnarok, la fine del mondo, battaglia che risulterà fatale per entrambi.





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Giacomo Soraperra

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