I Racconti della Luna n.7: Anoma
Anoma
Il
Cercatore giunse al villaggio ché il Sole era già svanito. All’ombra danzante
delle torce varcò la soglia con un misto di timore e ribrezzo, sapendo lo
spettacolo orrendo che attendeva i suoi occhi.
Uomini
dai larghi mantelli scuri celavano le proprie figure al riparo della palizzata
che circondava le case di pietra bianchissima, dai tetti di paglia e gli scuri
colorati a tinte vivaci. Il sentiero era stato ripulito di recente dalla
ghiaia, ai lati crescevano cespugli spontanei dai lunghi steli e rose canine
irte di spine, nell’aria c’era però odore di resina.
A
ricordagli dove si trovasse fu il vento, che portò la brezza del mare. Il
Cercatore chiuse gli occhi e respirò a pieno il crespo del sale: gli scivolava
nel petto e raschiava lo sterno, i polmoni, il cuore; era un dolore strano,
quasi piacevole, più per i ricordi ad esso associati che la sensazione
presente.
All’improvviso
qualcosa urtò sulla sua schiena, proiettandolo verso l’irta discesa che
conduceva alla spiaggia. Mentre provava a bilanciarsi allargando le braccia
(era infatti carico di tutto il necessario per il viaggio, tanto da
assomigliare ad un mulo da soma), la stessa mano che l’aveva offeso lo afferrò per
lo zaino tirandolo indietro, cosicché schiantò il proprio culo sul selciato.
«Per
la miseria, sono questi i modi?» esclamò burbero contando i frammenti di sé
ancora integri.
A
rispondergli fu una voce che non avrebbe mai immaginato: «Mi perdoni, onorevole
straniero. Non era mia intenzione mancarle di rispetto, tantomeno danneggiarla
in alcun modo! La mia sbadataggine è imperdonabile, segno di ancora profonda
immaturità».
Con
gli occhi spalancati e secchi di sale, il Cercatore volse lo sguardo alla
penombra di stelle tenui che stagliava un contorno minuto sulla fiamma lontana
delle torce.
«Ma
tu sei…».
«Una
Ragazza senza nome. Esatto».
Il
vento spirò ancora, sollevando per un istante il cappuccio che le copriva il
viso. Una ciocca di capelli scarlatti balenò come una punta di frusta e
un’iride gelida tolse fiato e parola al giovane Cercatore.
In
tutta la sua vita, non aveva mai visto una fanciulla così bella.
Lei
sorrise, voltandosi. Puntò un braccio al cielo nero della notte, scoprendo un
polso sottile come un sogno.
«Manca
poco, ormai. Quando verrà il momento, ti prego: guardami».
Il
Cercatore non riuscì a rispondere. Rimase immobile, il culo a terra, a
guardarla. Voleva imprimere ogni lineamento, ogni macchia della sua pelle, il
suo profumo, ogni dettaglio, prima che…
Un
corno risuonò in lontananza, dalla spiaggia. Un grido unanime gli fece eco,
accompagnato dallo stridore di cento corde e fruscio di cento flauti.
Prima
che potesse schiudere le labbra, la fanciulla scomparve oltre la prima curva
del sentiero. Lo straniero abbassò lo sguardo e strinse forte le palpebre come
a scacciare un incubo, un sapore acido e rivoltante che sentiva sotto la
lingua. Alle sue spalle, con un fragoroso schianto, sigillarono l’unico
ingresso, la sola via di fuga dal villaggio.
La
cacofonica melodia cominciò a prendere forma nel giro di alcuni minuti. Il
frangersi delle onde sulle rocce s’armonizzava al ritmico incedere dei tamburi,
mentre le note si distorcevano e strappavano l’un l’altra in un inseguimento
diabolico. Le torce erano lontane, solo le stelle guidavano col loro tenue
bagliore le dita dei musicisti, mentre l’istinto e la furia dettavano le regole
del gioco perverso della vita.
Ogni
sette anni, su Aletheia calava la Luna
Rossa. Il fenomeno, visibile più volte nello scorrere dei mesi e da
numerosi osservatori sparsi per il mondo, era diverso nel piccolo villaggio
costruito sulla scogliera, e in qualche modo alieno alla placida ripetitività dell’esperienza: dalla profonda
oscurità dell’Eclissi, la Signora della Notte sorgeva vittoriosa a stendere il
proprio manto sul mare e sulla roccia candida; nel suo abbraccio scarlatto ogni
dolore era sciolto, ogni peccato infranto, ogni limite corrotto. Perciò ogni
anno a decine di migliaia si radunavano da ogni dove nel villaggio quasi
deserto, per spogliarsi d’ogni maschera e contegno e venerare le stelle, la
Luna e il sesso da cui la vita stessa era generata: gioia e dolore, fermento e
disgrazia, nell’incontro alienante dell’altro, sconosciuto o meno.
Quell’ammasso di corpi febbricitante si contorceva e straziava in una cacofonia
di litanie latrate all’oscurità, grida di piacere assoluto e parziale, un
abominio di escrezioni e odori pungenti che, per due ore appena, trasformava il
profilo del mondo.
Il
Cercatore di Miracoli non aveva risposto alla chiamata di propria iniziativa.
Fuggiva quel villaggio più d’ogn’altro uomo la morte, eppure il suo destino era
stato definito, e la necessità l’aveva spinto ad infrangere un voto di rifiuto
per inseguire la verità.
La
sabbia era fredda, abbracciava la scogliera e dava spazio ai pescherecci per
attraccare in sicurezza ed essere portati in secca. Al centro della baia, la
massa informe cominciava a perdere di definizione, e mentre i contorni di forme
e moralità si perdevano contro il profilo nero del cielo il Cercatore non
poteva fare a meno di cercare una voce, fra tutte le quelle grida strozzate. Un
viso ancora candido, in quell’oscurità.
Dal
nulla, fu luce. Non calda, non pallida come il Sole.
Era
rossa, accecante, dolorosa persino, e veniva con uno stridio che feriva le
orecchie e scavava i pensieri. La faccia scarlatta dominava, gigantesca, nel
cielo vuoto e il suo orribile riflesso, distorto dalle onde, fremeva
sull’acqua, nell’acqua, nelle profondità, mille volte più grande di quanto già
non fosse fra le stelle.
Il
velo cominciò a palpitare, sfrigolare e bollire, mentre i vapori offuscavano la
vista ed ogni pietra, legno e vita nel piccolo villaggio veniva sommerso dal
rosso, da esso riplasmato, cancellato.
In
quel momento, lui la vide: sulla cima della piramide di corpi dilaniati, i seni
nudi e minuti rivolti alla Luna, ma lo sguardo e il braccio, il polso, le dita,
tesi alle stelle sopra di lei. Il Cercatore urlò, un grido fra i tanti.
Quella
fu la prima volta che provò disperazione.
Giurò che non sarebbe mai più successo.
***
La
piccola aveva sette anni quando il Cercatore tornò al villaggio.
Si
trovava in viaggio verso una delle terre ad Est e, a causa della lunga siccità
che aveva vessato la regione, non gli era stato possibile acquistare provviste
negli insediamenti dell’entroterra arido; per questo motivo si era spinto alla
costa, scoprendo con sorpresa di trovarsi a due giorni di cammino dal punto che
credeva sarebbe emerso dalla boscaglia.
«Facile
perdersi di questi tempi, nella foresta. Non so che stiano combinando a Nord,
ma gli spiriti sono inquieti e per preservare l’equilibrio gli alberi hanno
ricominciato a crescere. Kalos non ci crede, pensa che io esageri col vino
perché non so mescerlo, ma fidati di me, straniero: le radici si muovono,
quando la notte è nera e la Luna sottile nel cielo. Di nascosto, avanzano, e
presto ci ritroveremo schiacciati contro lo strapiombo».
La
pietra bianca non aveva risentito del grande caldo, tuttavia l’argilla tenue su
cui avevano sollevato un Tempio del Flusso s’era guastato e l’ultima volta che
la terra aveva tremato una grande spaccatura aveva diviso a metà il pronaos, schiantandone una parte contro
le estreme propaggini del villaggio: alcune case erano state distrutte e nuove
ne stavano edificando nella roccia, il danno maggiore era stato però accusato
dal porto, che era inagibile.
A
motivo di ciò, neanche qui il Cercatore trovò provviste: il pesce, risorsa
principale, marciva in fretta al caldo, altre merci non ne arrivavano a causa
dell’impedimento ai traffici marittimi. Per cui, riuscì a procurarsi solamente
alcune strisce di persico essiccato e una scodella di brodaglia rivoltante e
chiaramente fermentata.
Il
giovane s’era ormai arreso a restare digiuno e aveva abbandonato il piatto
ancora pieno al lato della strada, quando una mano minuscola gli tirò la veste.
«Non
sai che, quando sprechi del cibo, una madre piange?».
Quella
voce, acuta e flebile, lo fece trasalire. Per un istante, si sentì morire.
“Non
voltarti,” pensò “lascia che il vento porti lontano questo ricordo”.
Ma
la stessa mano scostò il cappuccio dalla sua fronte sudata. Riluttante, il
Cercatore inclinò il viso e cercò, nelle profondità delle grida silenziose che
gli contorcevano i visceri, un sorriso.
«Dimmi,
perché un cuore dolce dovrebbe spezzarsi per il peccato di un estraneo?».
A
malapena gli arrivava al mento, sebbene lei fosse in piedi e lui seduto. I suoi
occhi erano il mare e l’infinito, le sue labbra e il naso opera minuziosa
d’artista. I suoi capelli erano rossi come l’alba.
«Perché
una tale fortuna è stata negata a suo figlio; tu che la ricevesti in dono,
invece, la disprezzi e scarti. In tal modo, tu valuti una vita meno del
rifiuto. Misero è dunque il fato di entrambi: di chi è ormai freddo e non poté
sorridere, e di chi ha calore ma non seppe amare».
Il
Cercatore la guardò a lungo, forse attirando a sé attenzioni non volute e dubbi
meschini di chi a propria volta li osservava; lui però cercava di comprendere
il significato di tale apparizione, la verità dietro la bellezza della
semplicità.
«Sei
molto saggia, per essere così giovane».
«Mia
madre lo era, e sua madre prima di lei. Io, lo sarò».
Nell’aria
greve d’arsura, il peso dei giorni incendiava il sale che feriva la pelle,
lacerava le carni. Il Cercatore si coprì nuovamente il volto col cappuccio e,
ripresa in mano la brodaglia orribile, domandò: «Usi il passato: che le
accadde?».
Sapeva
già la risposta.
Un
lungo latrato tetro riverberò nella baia, anticipando un silenzio così profondo
che pure i gabbiani parevano muti e il mare chino in preghiera.
«Mi
spiace, straniero: te lo dirò un’altra volta».
La
piccola svanì in un istante dietro una curva del sentiero, lasciando alle
spalle un ultimo lampo vermiglio. Questa volta, il Cercatore non seguì i suoi
desideri: gettò di lato la ciotola ancora mezza piena e a grandi falcate
raggiunse i cancelli di ferro, un istante prima che le guardie li sprangassero.
Seguì la via, addentrandosi nuovamente nella foresta.
***
Molti anni più tardi
Pioveva
a dirotto, quel giorno.
Le
macerie, tutte intorno, nemmeno sussurravano. Le lacrime del cielo
s’infrangevano tenui, un ticchettio appena percettibile fra le pietre scavate,
le tegole in frantumi, i ricordi sbiaditi.
Non
c’era il sentiero; o perlomeno, non era più visibile, sepolto sotto i detriti.
In suo luogo, l’acqua reflua scorreva in un rigagnolo torto fra le erbacce e i
cocci appuntiti, rendendo il terreno arduo alla discesa.
Non
v’era traccia del tempio, né delle case o del porto. Il tempo si era portato
via tutto, anche i granelli di sabbia. Non v’era un sospiro, nel silenzio. Solo
il suo, del Cercatore, che soppesava la solitudine ad ogni passo.
Se
si trovava in quel luogo dimentico pure di se stesso era solo per il volere del
Fato; o meglio, perché la Selkie gli aveva indicato la via e lui aveva
camminato, per giorni e settimane, pregando che il giorno gli concedesse
conforto e la notte un’insperata meta prematura, una rivelazione disperata. La
verità, è che ben sapeva ove il suo vagare l’avrebbe condotto e a quale
conclusione portava.
La
fine di un racconto che non voleva scrivere.
Sulla
spiaggia, alzò il suo sguardo.
Lei
era lì ad aspettarlo.
«Credevo
volessi proteggerci. Non era tale la tua promessa?».
«Ero
giovane, sciocco ed illuso. Credevo di potere ove il mio occhio calava, mondi
che la mia mano a malapena poteva sfiorare».
«Mi
avevi donato il tuo cuore. Cos’altro esiste di più impossibile?».
«Trovare
risposte a domande inesistenti» si schernì il Cercatore, tendendo le labbra
screpolate in un sorriso insicuro.
La
distesa del mare era uno specchio incrinato, una deformazione grottesca del
cielo. Su di lui danzava la pioggia, o forse da esso scaturiva, affermarlo con
certezza era impossibile. Allo stesso modo, non saprei dire quale dei due fosse
l’originale e quale il riflesso: la ragazza dai lunghi capelli scarlatti o
l’anziano coperto di stracci.
«Guardami»
disse lei. Lui obbedì.
Era
nuda, le forme perfette, non per ideale ma eleganza soggettiva: era ciò che lui avrebbe definito “perfetto”. Esaminò
di lei ogni scorcio, ogni superficie, ogni impressione bagnata di pioggia,
seguendo le gocce sottili e dense che le scivolavano addosso, carezzavano i
seni, impregnavano i capelli.
Si
avvicinò lentamente, soppesando ogni movimento perché lui ne cogliesse la piena
essenza, l’assaporasse e disperasse. Nel tremore delle sue labbra trovava
conferma del proprio operato, nel sudore che si univa in danza alla pioggia il
compimento d’un antico ufficio.
«Toccami»
disse lei. Ma lui non si mosse.
La
sua carne era tiepida, sebbene umida di pioggia; la pelle era tesa, gonfia,
risaltava le forme. Sentì le sue cosce stringergli i fianchi e le mani dividere
i capelli incrostati dal viaggio, mentre il viso affondava al suo abbraccio e
il mondo per un istante diveniva quel
profumo.
«Credevo
ci volessi solo per te. Non era questo il tuo desiderio?».
«Invero,
lo era».
Lo
strinse a sé, baciandogli il capo e carezzandogli il viso con le forme sottili.
Sorrise, senza provare alcunché. Un brivido la percorse, un gemito le sfuggì le
labbra; quasi si abbandonò al corpo di lui, che non l’abbracciava, che immobile
fissava il confine nebbioso del mare.
«Ma
poi ti ho dimenticata».
La
pioggia dilava ogni cosa. Infrange la roccia, piega il tronco e la foglia,
frammenta il marcio putrescente e lo porta via, lontano dalla vista di chi si
ne libera per sporcare qualcos’altro, qualcun altro, in un ciclo eterno, finché
le infinitesime parti si ridurranno a frammenti talmente minuscoli che potremo
indossarli ogni giorno senza sentirci immondi.
Il
Cercatore sperava che la pioggia sciogliesse anche quel ricordo, scrostasse
l’impurità di ciò che era stato per portarla lontano, dove non l’avrebbe più fatta
soffrire. Ma anche adesso che finalmente sul deserto bianco era calato il
pianto del cielo, non riusciva a sentirsi puro. Mai più, da quella notte. Non
da quado aveva impresso nel suo cuore l’immagine di lei e dato respiro ad un
sentimento, un desiderio, che nel
profondo dei pensieri e dei sogni aveva ristagnato.
«Cosa sei tu,» le chiese «speranza o disperazione?».
«Sono
entrambe».
La
ragazza avvicinò le labbra per sussurragli all’orecchio. I suoi capelli di
fiamma l’avvolsero e lui, in essi, annegò dolcemente.
«Io
sono il tuo desiderio di essere felice».
Come
scrollandosi di dosso un serpente o un insetto velenoso il Cercatore fu
percorso da un brivido e si divincolò, ponendo cinque passi fra sé e la
visione.
«Tu…
No, voi ormai non siete che una
vestigia spenta di quello che è stato, al pari dei ruderi che infestano la
costa. Erosa dal tempo, quel poco che ancora restava di lei è infine divenuto talmente opaco, sbiadito, che non so dire se
questo guscio invero le appartenga o sia anch’esso, come ogn’altra cosa, frutto
dei miei ricordi e» concluse, indicando la giovane «dei miei desideri».
Lei
lo fissò dapprima come un animale selvatico che studia una fenomeno nuovo,
inclinando di lato il viso e socchiudendo le palpebre dalle lunghe ciglia
scure. Quegli occhi d’un azzurro primordiale, assoluto come solo l’abisso
infinito incendiato della luce delle stelle, era morte e vita al tempo stesso.
«Finché
questo ciclo continuerà a ripetersi ed altre Anoma attenderanno il ritorno della Luna Rossa per sfiorire, lei
non tornerà da me. Lei, che fra tutte fu scelta per rappresentare la divinità.
Lei, che da viva poté entrare nella Torre».
Il
Cercatore piegò le ginocchia e con uno scatto si portò avanti. Prima che la
giovane potesse reagire, la mano di lui le stringeva il collo e il braccio la
stava sollevando. Come una notte di tanti anni addietro, un’anima corrotta
volgeva al cielo la propria purezza in sacrificio per la conoscenza; questa
volta, però, su di loro non brillava che l’oscurità del cielo.
«Tu
ora mi dirai come raggiungerla e, cosa più importante, come spezzare questo
ciclo assurdo».
La
ragazza portò le proprie mani ai polsi di lui e cercò dapprima di piegarli, poi
di graffiarli, infine cominciò a dimenarsi digrignando i denti ed emettendo
striduli suono dalla gola serrata. Il Cercatore allora la lasciò andare,
sbattendola contro l’acqua nera. Come fosse profonda solo pochi centimetri,
nonostante sotto di loro si spalancasse l’abisso, la giovane cadde riversa e
solamente le gambe scomparvero sotto il pelo dell’acqua. Intorno a lei la
pioggia batteva più forte, in lontananza mormorava un temporale.
«Cosa
credi, Cercatore? Che chi sta da questa parte abbia modo di modulare gli
ingranaggi stessi della realtà, che in qualche modo i due mondi possano
interagire, o che a Lui che sta
dall’altra parte possa fregargliene un cazzo di te? Ti sbagli, forestiero. Dopo
aver tanto viaggiato e averne incontrate tante, di ragazze come lei, dovresti ormai averlo capito: non
vi è modo di correggere il gretto deviato, non è questo che ha deciso Dio!».
La
ragazza, da riversa che era, sollevò in un istante uno sguardo di brace sul
Cercatore, che dall’alto ricambiava con piena indifferenza. Notandolo, ella
continuò.
«A
tal punto ti sei compromesso? Ah!» rise di sprezzo, sbattendo una mano
sull’acqua. I loro riflessi, già vaghi di pioggia, divennero irriconoscibili.
Ancora lo guardò; questa volta, pareva, con pietà: «Immagino che per
comprendere il vuoto si debba diventare grigi a propria volta. La conoscenza si
basa sull’empatia, in fondo, ed essa sull’omologazione. Nella perdita di ciò
che ci rende unici diveniamo capace di comprenderci un poco».
Si
mise in piedi, lentamente. Il temporale lambiva ormai le ultime dita della
foresta che aggettava la scogliera franata, il fragore dei tuoni e il bagliore
del lampo stendevano lunghe ombre sul mare.
«Che
cosa sai, straniero?».
«Che
tutto scorre».
«E
poi?».
«Che
questa è la verità, il principio dell’Universo: ove corre il Flusso determina esistenza, realtà e
possibilità. So che ognuno di noi ne è parte infinitesima eppure essenziale, e
che questo piano altro non è che il margine della corrente a noi assegnato ed
invalicabile… Ma non per voi, non per chi
ha visto la Torre».
Il
fulmine spezzò il profilo nero delle nubi e tracciò una cicatrice di fiamma nel
cielo, che non scomparve nella pioggia. Il viso della ragazza era una maschera
impassibile ed ogni tratto, dalla piega degli occhi al crespo del labbro, era
una pennellata d’ombra contro quel chiarore accecante.
«Così
poco tu sai, e nonostante questo non hai smesso di cercare. Dimmi la verità, te
ne prego: è solo per lei?».
Il
Cercatore le si avvicinò e, stringendole le mani fra le sue, rispose: «Mi pare
un buon motivo, barattare il mondo con un sorriso».
Fu
come se lei lo stesse guardando per la prima volta. Il vecchio sentì i suoi occhi su di sé, che lo
raggiungevano da chissà quale sogno, chissà quale futuro.
«Allora
credo» gli disse «che tu sia nel giusto. Tale è il mio lascito per te,
straniero: non v’è modo di correggere il Flusso,
qualora esso devi, perché tale è il desiderio di Dio; tuttavia, quel che non
può essere e non può coesistere con ciò che è può comunque continuare a
scorrere».
La
ragazza lo abbracciò. Accadde all’improvviso, mentre la pioggia scemava e il tappeto
di nuvole si diradava. Timida una Luna perlacea cantò fra le stelle.
«L’errore
scorre in circolo, reiterandosi in attesa della fine dei tempi; in questo modo
non viene cancellato e non altera il corso del Flusso. Tuttavia esso può aver fine».
Ancora
i loro occhi si incontrarono, ma erano i suoi
ora, ne era certo.
«Può
consumarsi in se stesso, un brandello alla volta, un ricordo alla volta, finché
non resta un’ombra, a malapena un fantasma, e alla fine soltanto una
sensazione, come una malinconia improvvisa, il sospiro del vento».
Lo
baciò. Fu un istante, o forse eternità. Le labbra di lei, così vere, sapevano
di salsedine.
E
poi, scomparve.
Non
ebbe neanche modo di dirle addio.
Con
uno schianto secco, il Cercatore sprofondò nell’acqua e, imprecando l’ironia
del destino, si fece strada a nuoto insicuro sino alla riva. Aveva smesso di
piovere e in cielo, ora terso, splendeva una Luna cerea.
***
Alcuni anni prima
Erano
passati quattordici cicli solari dall’ultima sua visita, quando il suono di
corno turbò il silenzio della piana e la grande fiumana di genti, d’ogni classe
economica e sociale, di tutte le etnie e culture conosciute, si mise in
cammino. In coda ad essa, per necessità di compito e speranza, si trovava il
Cercatore di Miracoli.
Aveva
ormai i capelli ingrigiti, barba canuta seppur scura e ben curata; i suoi occhi
erano ombre opache sul viso ampio e scolpito di rughe, dalla fronte ampia e
sporca di Sole, coronata da un grosso naso di ampie narici e setto un poco
storto verso destra. Le labbra erano sottili come uno stelo di canapa, schiuse
appena a sussurrare una melodia accennata, un canto la cui origine si perdeva
nel tempo e che veniva da lontano.
Per
un mese il corteo solcò le lande steppose e inaridite, incrociando ruderi
dimessi e fantasmi distorti di villaggi ormai in rovina, i cui pochi reduci
alla vista della fiumana preferivano abbandonare ogni cosa ed unirsi al gruppo
che in tal modo, ad ogni nuova disperazione incontrata, s’ingrandiva.
Al
mattino suonava il corno, come un richiamo di bestia gigantesca, li attraeva a
sé; durante il giorno marciavano in silenzio. La sera, però, raccolti intorno
al focolare, i racconti tessevano sogni fra le volute di fumo, dando modo ai
vecchi di ricordare e ai giovani di immaginare, mentre il Cercatore prendeva
appunti su ciò che avrebbe successivamente potuto indagare ed esprimeva
commenti sommessi sui Miracoli che già aveva dissolto.
Giunsero
alla città alla vigilia del grande evento: mancavano poche ore, ormai.
Cercando
coraggio e soffocando il tremito del proprio petto, il Cercatore riconobbe
d’avere paura. Non aveva idea di cosa sarebbe veramente accaduto, di quali
sarebbero state le conseguenze effettive di un atto così scellerato. Ma voleva
provare.
Anzi,
doveva. Per lei.
L’ombra
scarlatta del fuoco danzava sul legno consumato dell’antico cancello di legno,
di cui era rimasto solamente l’ingresso ormai marcescente; il resto era stato
sostituito anzitempo da piedistalli di pietra che reggevano ben più minacciose
sbarre di ferro, le cui punte affilate erano state modellate ad immagine delle
diverse fasi lunari.
Il
corno gridò e la folla rispose, alzando un coro confuso di bestemmie ed
irripetibili fonemi. Dalle viscere stesse della baia un tamburo vibrò un primo
colpo profondo, che rivoltava lo stomaco e stordiva la mente. In breve si
disegnò un ritmo ripetitivo che scandiva il passo della processione.
Guardandosi
intorno, il cercatore vide che anche le case d’argilla e paglia avevano
lasciato il posto ad irregolari edifici di pietra, vetro e ferro. Il Tempio del
Flusso era stato restaurato ed ampliato: due file di archi rampanti, come zampe
d’un gigantesco ed esile incubo, ne sostenevano i fianchi, mentre sulla cupola
troneggiava una lanterna titanica, all’interno della quale un braciere ardente
proiettava la sua luce verso il mare, con l’ausilio d’un sistema di specchi.
«Usano
la luce del Tempio come faro… Ah! Questi barbari del Sud!» commentò un
corpulento mercante alla destra del Cercatore. Aveva una folta barba scura e
lunghi capelli cinti alle spalle in una treccia complessa che gli arrivava sin
ai glutei, un naso importante e tozzo sul viso ruvido e squadrato, e due grandi
occhi azzurri che riflettevano il colore stesso del mondo. Era forse di mezza
età, certo ne aveva accumulata di esperienza.
Oh,
ed era basso. Molto basso.
«La
disturba forse che uniscano un simbolo sacro all’utile materiale, messere?» gli
chiese il cercatore, alzando la voce affinché l’uomo lo sentisse nel gran
fragore della folla.
«No:
piuttosto mi scoccia che nessuno di noi ci abbia pensato prima!».
Risero
entrambi, restando indietro rispetto alla testa del corteo che ormai cominciava
a spandersi per la spiaggia.
Il
Cercatore continuò: «Non mi pare d’averla vista, in questi giorni, fra gli
altri intorno ai falò».
«Ti
prego: niente formalismi, tra noi adulti e dotati d’un minimo senno. Tu non
usarli con me, ed io li eviterò con te. Comunque, mi chiamo Brug. Brug di
Yevbell».
Il
girovago aveva sentito parlare del popolo dell’estremo Nord: gente rude,
diretta, avvezza alla birra e tenace in ogni suo aspetto.
E
soprattutto, bassa.
Si
strinsero la mano, e Brug continuò: «Se devo essere sincero, non c’è altro
posto al mondo che eviterei come la peste, che questo maledetto villaggio».
«Ti
capisco».
«Ah!
Me n’ero ben accorto, che non sei certo uno di questi imbecilli!» esclamò lui,
irrompendo in una grassa risata che attirò su di loro sguardi poco gradevoli.
«In ogni caso,» riprese «se penso bene e raramente mi sbaglio, anche tu sei qui
per interferire con la Luna Rossa».
«“Anche
tu”?» ripetei, a voce sommessa, cercando il suo viso.
I
nostri occhi si incrociarono, si studiarono. La gente continuò a fluire lungo
la via lastricata che portava alla spiaggia, noi scivolammo nel primo anfratto
improbabile ove fosse sicuro che non ci sentissero parlare.
«Che
hai in mente?» chiesi io, per primo.
Brug
spalancò un sorriso ferino che mise in mostra i tre denti cariati e i due
placcati d’argento: «Semplice: rapirò la Ragazza
senza nome! Mi farò strada fino alla pila infernale poco prima che la
issino sopra e, a spallate e mulinando questo machete, io…».
«Non
funzionerà» lo interruppi, mentre mi mostrava la lama affilata che pendeva alla
sua cintura, nascosta sotto il mantello.
Il
ghigno scomparve dal suo volto. Nell’oscurità del vicolo, bastava la tenue luce
riflessa dal mare per delineare il suo profilo alterato: «Che intendi?».
«Credi
che la fanciulla venga semplicemente “issata” sulla pila di corpi? Od anzi, ti
chiedo: come credi che faccia a stare in piedi quel baccanale, così alto, così
orribilmente contorto? Pensi che i corpi striscino semplicemente l’uno
sull’altro, che quelli in fondo vengano schiacciati da quelli in cima, e che
passandosi la ragazza di mano in mano, di sesso in lingua e guancia
ricoprendola di liquidi immondi la espongano alla Luna?!».
Senza
rendersene conto, il Cercatore aveva alzato la voce e il suo viso era
impallidito, mentre le gambe tremavano e il polso fremeva e le tempie battevano
distorcendogli la vista. Brug lo strinse al braccio e il girovago sobbalzò,
come ripresosi da un orribile incubo. Aveva gli occhi privi d’ogni emozione e
luce, uno sguardo che destò un sentimento sconosciuto e temuto nelle viscere
del mercante: paura.
«Quel
che accade sulla spiaggia di Aletheia non è naturale, né reale per certi
aspetti.» riprese il Cercatore, a voce spezzata, ansimando «Il Flusso viene
dilaniato e ciò che non dovrebbe essere riesce a materializzarsi. Ancor peggio,
però, è che i rivoli si invertono e… Sovrappongono».
«Io…
Non capisco».
«È
normale. Anzi, mi stupirei del contrario».
Il
girovago si volse e alzò lo sguardo. Su di loro, dalla coltre di nubi lacerata
dal vento, calava ora un raggio tiepido di pallida Luna azzurra.
«Ironico,
non credi? Guardala: non penseresti mai che essa sia insieme la porta della
verità di questo mondo, e la via attraverso la quale ogni nostro peccato trova
sfogo».
«Oh,
qui invece ti sbagli, amico mio!» lo riprese il mercante. A quella parola,
“amico”, il Cercatore ebbe un sussulto, provando un calore da tempo dimenticato
in uno spazio vuoto fra i polmoni e lo sterno.
«Se
la Luna è davvero la porta per il cuore degli uomini, è lecito che porti
insieme risposte e corruzione. Secondo alcuni, che io personalmente ritengo
imbecilli, è questa la natura stessa della razza umana: un equilibrio di
disperazione e gioia».
Il
Cercatore, con un sorriso sincero sul viso, abbassò lo sguardo sugli occhi
azzurri del mercante. Adesso, riflettevano la Luna.
«E
tu, che pensi?».
«Che
siamo troppo complessi, per sintetizzarci in due parole. Ora, dimmi qual è il
tuo piano».
Più
la lingua del Cercatore schioccava e le sue labbra schiudevano un fiore ardito,
e più il colore appassiva sul volto di Brug. Quando il girovago ebbe concluso,
l’altro indietreggiò sino ad appoggiarsi al muro alle sue spalle e, con un fil
di voce, sentenziò: «Tu sei un maledetto pazzo. Uno psicopatico».
Davanti
a lui, il Cercatore sorrideva con determinazione.
«Ti
chiedo solo di non intrometterti, al resto penserò io. Poi, se avessi voglia di
aiutarmi…».
«Questo
è scontato, che diamine!» esclamò il mercante, porgendogli il braccio e la mano
aperta «Comunque vada a finire, tu oggi scriverai la storia, amico mio».
Ancora
quella parola, “amico”.
«Ti
ringrazio».
Fra
tutte, la più inaspettata. Di tutte, la migliore fonte di coraggio.
Il
rituale era al principio: sulla spiaggia le genti si accalcavano contro le
rocce taglienti, a ridosso delle barche, ad altri che erano stati spinti verso
il mare l’acqua arrivava sino alle ginocchia. Il Cercatore si era fatto largo
sino al cerchio interno, alcune file dietro coloro che, contenuti dai sacerdoti
vestiti di nero e porpora e a volto coperto, si affacciavano sulla catasta di
corpi nudi.
Brug,
più lontano, s’interrogava: quando era comparso, quel baccanale? Che
ricordasse, non c’era pochi istanti innanzi; eppure, ore s’alzava di alcuni
metri, orribilmente immobile come una scultura di carne.
«Me
ne sarei ben accorto se certe signorine mi fossero passate di fianco con le
grazie al vento, ah!» provò a scherzare col baccalà impagliato che gli stava di
fianco. Questi gli riservò a malapena uno sguardo torvo, poi riprese ad
osservare la scena.
Il
mercante, deglutendo a vuoto, sussurrò un insulto nella propria lingua natale e
rinfoderò le mani in tasca, saggiando la superficie scanalata di ciò che
contenevano. Cercò gli occhi del Cercatore fra la folla; non fu difficile:
erano gli unici ancor dotati di senso. Verde intenso, splendevano contro il chiarore
danzante delle fiaccole. Possibile, che non avesse paura? Eppure…
Un
boato glaciale, proveniente dalle radici stesse del cielo e dalle profondità
del mare, scosse la terra. Le onde s’arrestarono, le nubi in cielo tremarono ed
un istante dopo si dissolsero rivelando una Luna sanguigna e gigantesca, troppo
definita e vicina perché fosse normale. Brug ebbe un istante di incredulità e
panico mentre il corno risuonava potente, schiantando i timpani e offuscando
ogni pensiero. Un grido si sollevò dalla folla esultante, un latrato animale,
che si accompagnò alle imprecazioni e lamenti orribili, acuti e laceranti,
della catasta di corpi che prese a muoversi e contorcersi.
Il
mercante indietreggiò, trovando la resistenza di chi si era messo alle sue
spalle. Spinto nuovamente in avanti, cadde a terra e s’accorse, con un brivido
gelido che gli arrestò il cuore, che tutti loro, dal più anziano agli appena
ragazzini, avevano i piedi immersi nell’acqua.
Oh
almeno, pregava fosse acqua. Perché doveva essere il riflesso della Luna Rossa
a stendere quel velo purpureo sul mare, su di loro. Nonostante questo,
nonostante cercasse di ignorarlo, poteva sentirlo, con le dita e col naso, quel
fetore di ferro, quella strana densità che gli si appiccicava alle dita.
Gridò
anche lui, di disperazione però, al contrario delle donne e uomini che di
dolore, o forse piacere, guaivano nel mucchio deforme.
Il
corno tuonò ancora e nuove luci si stesero sulla folla. Il mercante si rimise
in piedi a fatica e volse lo sguardo: Venivano dall’estremo della spiaggia
opposto al porto, da quella che, nell’oscurità, pareva un’insenatura naturale
fra gli alti scogli: un corteo di figure dal volto coperto, vestiti di nero, e
una sola ragazza, al centro del gruppo, come da essi protetta, o intrappolata;
aveva la pelle bianca come la spuma del mare e lunghi capelli scarlatti che le
calavano sui fianchi e l’avvolgevano, forme sinuose e ammalianti che avrebbe
sciolto le viscere d’ogni uomo (e forse donna) tanto fortunato da posare gli
occhi su di lei. Era nuda, e a piedi scalzi frangeva con le dita la sabbia
smossa dalla corrente tenute che le bagnava le caviglie.
Brug
rimase a guardarla per un tempo che parve insieme infinito e fugace, cosicché
lei era ormai in prossimità della montagna di carne quando riprese coscienza di
sé. Si guardò intorno, col cuore impazzito nel petto e le mani sudate che
febbrili lisciavano la superficie degli ordigni.
Fu
allora, che lo sentì.
Fra
le grida, le imprecazioni, le lacrime.
Cristallino,
che un canto che veniva dalle stelle.
La
notte si fece men scura, la porpora sfiorì dal viso di molti il cui sorriso,
con essa, sfumò. La dolce melodia veniva da un flauto suonato con respiro
spezzato, la melodia leggera cozzava con il fragore dei tamburi e degli archi
stonati che sino ad allora avevano guidato il torpore delle menti. Avanzò con
passo risoluto, solo contro l’immensità della Luna sanguigna e gli orrori del
mondo.
Pur
non conoscendola, Brug sentì in cuor suo brillare un’antina nenia, che per un
istante diede conforto al suo animo.
“La storia di chi perse il suo fiore nella
notte, / e del sogno triste che poi ne rubò sorriso. / Ti portino conforto
queste Voci della Torre”.
Un
grido osceno vibrò nella profondità del mare, oppure era dalla Luna riflessa
che proveniva tale orrore; Brug non avrebbe saputo dirlo. Il cielo tremò, e
così le onde che ripresero a ledere violente la spiaggia ed i presenti, di cui
molti furono trascinati contro le rocce. In breve, si diffusero ugualmente
panico e rabbia. Le prime lame brillarono tetre fra i mantelli e qualcuno
intimò ai ragazzi d’allontanarsi, mentre i sacerdoti si chiudevano intorno alla
Ragazza senza nome.
«È
il mio momento, Cercatore!» ruggì il nano, innescando le bombe che sino ad
allora aveva stretto in pugno. Il baccalà alla sua sinistra ebbe appena il
tempo di borbottare qualcosa, che la carica del mercante lo schiantò a terra, e
insieme a lui tutti i poveretti che gli si trovavano innanzi. Con la furia d’un’ariete
si fece largo nella folla lasciando a terra piccole sfere metalliche dai
preziosi intarsi e meccanismi. Un istante dopo, una fitta nebbia bluastra si
diffuse sulla folla e le persone cominciarono prima a tossire, poi a crollare a
terra addormentate: fu una fortuna che, forse a causa della strana magia del Cercatore, il mare avesse
cominciato a ritirarsi, lasciando i loro volti all’asciutto.
Ma
l’obiettivo era un altro.
Brug
sguainò la sciabola e sganciò il mantello, gettandosi contro i sacerdoti che
attorniavano la ragazza. Alzò la lama per calare sul primo di loro, quando un
fragore sordo echeggiò alle sue spalle e un’improvvisa sferzata di vento
schiantò a terra lui e i suoi bersagli. Girandosi di scatto, il mercante sgranò
gli occhi.
«Non
è possibile! Non può essere… reale!».
Come
uscito dal peggiore degli incubi, sotto il fascio indebolito della Luna di
sangue la carcassa di corpi nudi s’era fusa in un’unica entità deformata, della
quale erano indistinguibili i profili se non di braccia e gambe, orribilmente
tese al cielo che fremeva fra il chiarore perlaceo delle stelle e il sangue
sgorgato dalla presenza demoniaca. Su quella montagna deforme, irriducibile,
camminava il Cercatore: ancora fra le dita stringeva il flauto e ancora
intonava l’arcana melodia, combattendo una battaglia invisibile contro una
forza primordiale e tremenda.
Brug
sentì un sibilo ad un passo dal suo orecchio e rotolò di fianco appena prima
che un fendente gli recidesse l’orecchio destro e il viso. Alzò lo sguardo sul
proprio assalitore e non avrebbe mai immaginato di scoprire gli occhi della
fanciulla, rossi d’odio e rabbia, dietro la lama che aveva attentato alla sua
vita.
«Sciocca!»
le gridò contro, saltando indietro e portando indietro il braccio armato
«Stiamo cercando di salvarti!».
«Ah,
davvero?!» rispose lei urlando, tanto forte che le si incrinò la voce, e scattò
in avanti.
Anche
il mercante caricò con un affondo e le due lame si scheggiarono a vicenda,
mentre il filo del coltello scivolava sul piatto del falcione e la terra,
ancora una volta, tremava.
«Immagino
ti abbia ammaliato con parole di miele, come suo solito. Invero sei tu che non
capisci, Brug di Yevbell!».
La
fanciulla fu interrotta sull’ultima parola dallo schianto della lama nemica
sulla sabbia, in linea diretta col punto ove poco prima si trovava la sua
testa.
«Maledetta!
Come conosci il mio nome e la mia casa?!».
«Vedi?
Molte cose non ti ha rivelato il tuo compagno, altrimenti sapresti».
Scansando
l’ennesimo affondo, Brug ebbe modo di voltarsi un istante e vide il Cercatore
stagliarsi contro il pallore innaturale della notte. Ormai, era quasi in cima.
Anche
la ragazza se ne accorse e approfittò della distrazione del mercante per
coglierlo di sorpresa: mulinò la lama in aria attirando il suo sguardo, mentre
con l’altra mano gli sfilava dalla cinta il suo stesso pugnale, lo girava fra
le dita abili e glielo piantava nel ginocchio.
Il
mercante urlò, crollando sulla rena umida che, nuovamente, si tingeva di rosso.
Tremante, estrasse la lama e cercò di comprimere quanto possibile con le mani
il sangue che non smetteva più di scorrere, senza pensare agli strumenti o alle
bende che aveva nella bisaccia. Alle sue spalle, la ragazza già era sparita
nella luce scarlatta della Luna.
Proprio
a lei, viso orribilmente deformato nel cielo, il Cercatore volgeva occhi di
sfida. Sulla cima della catasta traballante di corpi, allontanò dalle sue
labbra il flauto ed allargò le braccia, mentre la ragazza ormai a pochi metri
sollevava la lama alle stelle.
«Mostrati
dunque, demone infernale!».
Un
suono indescrivibile rispose al suo grido. Non era umano, non era d’animale,
nessun elemento al mondo avrebbe potuto vibrando produrre quel verso. Alzando
gli occhi fra gli spasmi, Brug vide qualcosa che non sarebbe mai riuscito a
dimenticare e che, per gli anni a venire, avrebbe tormentato ogni sua ora
cosciente, lasciandolo libero solamente nei sogni.
In
un istante, ogni luce scomparve, e con essa ogni suono, ogni odore. Intorno a lui
non era più rosso, ma pallido, come riflessi sul fondo d’un lago dimenticato,
come nel recesso della coscienza. Non era più la Luna Rossa ad osservarli; non
era più il cielo, sopra di loro.
Ancora,
a descriverlo le mie mani esitano. E più non so, se mi sia lecito narrare.
Come
la volta di una cattedrale, archi di nebbia salivano dalle profondità del mare
verso il nulla che vi stava sopra; ma al suo centro, gigantesco e terrificante,
un enorme occhio vuoto, buio come l’abisso più nero, insondabile e
incomprensibile, si stagliava come una cicatrice nella trama stessa dell’universo.
«Che
diavolo hai fatto, Cercatore?».
La
piramide di carne aveva nuovamente cambiato aspetto: eterea, come intessuta di
ricordi, era ora un ammasso di volti, immagini, emozioni che turbinavano in un
vortice caotico, ma abbastanza materiale da poter sostenere le due figure che,
ora immobili, stavano sulla cima.
Erano
il Cercatore e la ragazza. Erano in ginocchio, l’uno innanzi all’altra, gli
occhi riflessi l’uno nell’altra.
Il
flauto d’argento, brillante di sangue, li univa: aveva squarciato il ventre di
lui, il petto di lei.
Brug
non sentì, in quell’innaturale silenzio, quel che si sussurrarono. Ma lui
piangeva e lei, affranta, gli carezzò le guance umide.
Un
vento carico di sussurri soffiò nella navata inesistente e un fragore come di
stelle che collassano gravò su di loro. Il mercante cercò di strisciare verso
la montagna di anime, inutilmente. Alzando a tratti lo sguardo, riuscì a
malapena a distinguere ciò che stava accadendo sulla sommità. Era come se la
nebbia, mi raccontò molti anni dopo, avesse cominciato a danzare fra i due e l’immensa oscurità; come se ad un tratto i
ricordi, le emozioni e la realtà stessa, si stessero unendo in una lacrima di
tenebra.
Quando
rinvenne, Brug sentì sul suo viso il calore del Sole, e sulle labbra la
secchezza della salsedine.
Scattò
diritto e una fitta istantanea gli annebbiò la vista, mentre più di un’imprecazione
sfuggiva le sue labbra.
«Con
calma, mastro mercante: per quel poco che ne capisco di scienza medica, credo
che dovrebbe concedere al suo ginocchio almeno un paio di mesi di riposo. E
forse dovrebbe rivolgersi ad un guaritore il prima possibile».
Ancora
offuscato dal dolore, Brug sollevò la gamba dei pantaloni e scoprì che qualcuno
l’aveva ripulito, ricucito (a giudicare dal rilievo dei punti) e fasciato. Si
voltò e, con un sorriso ed un sospiro sotto la folta barba, tuonò: «Ah, figlio
di cagna! Te la sei pure cavata, alla fine».
Il
Cercatore si portò una mano al petto, ove la blusa era lacerata ed
insanguinata, e rispose: «Sì. Diciamo di sì».
Brug
si lasciò ricadere sulla coperta che lo accoglieva, stesa sull’erba che,
intorno a lui, danzava al respiro del vento. In cielo, le nuvole correvano
rapide e i gabbiani, bassi ed eleganti, si lasciavano scivolare nella corrente.
«La
città?».
«Distrutta,
come ti puoi ben immaginare».
«E
le vittime?».
Il
Cercatore abbassò lo sguardo, nascondendolo sotto i lunghi capelli grigi (“Erano sempre stati color della cenere?
Possibile che…”).
«Troppe,
e la maggior parte se l’è prese il mare».
Passarono
i minuti, cullati dal canto lontano delle onde.
«Di
lei, che mi dici?».
Il
Cercatore si alzò e s’allontanò di alcuni passi, raggiungendo il ciglio della
scogliera che si gettava sul mare. Il vento gli scompigliava i capelli e il Sole
scaldava il suo viso pallidissimo, asciutto, riflettendosi nei suoi occhi grigi
come il ferro (“Ma come? Cenere anche
loro?!”).
«Purtroppo,
non è accaduto ciò che avevo programmato. Per gli anni a venire, sia io che lei
pagheremo l’ammenda della mia ignoranza: ho peccato di superbia, credendo d’aver
compreso la natura di Dio».
Brug
ne era certo: chiunque fosse l’uomo davanti a lui, non era più il Cercatore di
Miracoli. O, almeno, non del tutto. Il suo aspetto, la sua voce, i suoi
pensieri… Era come se la coscienza e il dolore del mondo intero si fossero
riversati sul sorriso di quell’uomo, cancellandolo.
Così,
gli tornarono in mente le parole della canzone.
“La storia di chi perse il suo fiore nella
notte, / e del sogno triste che poi ne rubò sorriso”.
«Amico
mio… Cosa hai fatto?».
Il
Cercatore inclinò il capo e pose su di lui un occhio color della neve.
«Una
promessa» rispose.
***
Epilogo
C’era
una ragazza, seduta sulla riva del mare: guardava le onde frangersi sulla rena
sottile, tingendola di spuma. Nessuno sapeva di chi fosse figlia, o da dove
arrivasse; un giorno il vento l’aveva portata con sé, lasciandosi alle spalle
un dolce profumo di salsedine e l’ombra di un uomo che non sarebbe riuscito a
dimenticare.
Aveva
dodici anni ed era d’animo gentile, ma quando sorrideva malcelava sempre una
certa tristezza.
Aveva
i capelli color del tramonto.
Giacomo Soraperra, 04 Novembre 2018

Commenti
Posta un commento