I Racconti della Luna n.6: List
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List
Pioveva
a dirotto.
Pioveva
sui pini e fra gli aghi ombrati che coprivano il muschio; intorno a me vibrava
un profumo di purezza che leniva ogni fatica, plasmava ogni sogno.
Doveva
essersi sparsa la voce, poiché nei villaggi mi venivano rivolti sguardi biechi
e sussurri di maledizione quasi il marchio dei ricordi risaltasse vivido sul
mio volto tirato.
«È
lui il Cercatore».
«Bada:
stagli lontano! Le sue parole di miele celano una curiosità indegna che non è
gradita ad alcun dio. Su di lui aleggia sventura morbosa».
Temevano
infatti che potessi contagiarli con la tristezza o, meglio, con la conoscenza di questi fatti che a voi sto
narrando e di molti altri che per particolare orrore o meraviglia ometterò, a
beneficio della vostra salute.
Ero
dunque in solitudine. O meglio, la mia unica compagna era la pioggia. Fui
sorpreso, perciò, nel sentire appena percettibile un rimestare di sterpaglie
poco lontano, fra gli alberi. Non presi il bastone, né mi sollevai dal
giaciglio: sapevo, in qualche modo, che non mi avrebbe fatto del male.
La
vidi avvicinarsi, lentamente: un’ombra fra i rami, leggera come le foglie
novelle che li adornavano.
Attesi
finché il rumore di passi non fu ormai prossimo e la figura distinta, oscurità
contro il chiarore plumbeo all’entrata della grotta.
«Posso
farti compagnia, straniero?» mi chiese. Non v’era differenza fra la sua voce e
il ticchettio della pioggia.
Annuii.
Sotto il cappuccio che le copriva gli occhi e celava i capelli affiorò un
sorriso.
Vidi
che era fradicia e affaticata, difatti tremava e cercava di trattenere
l’affanno a beneficio della propria grazia. Perciò, radunai le sterpaglie che
anzitempo avevo raccolto e feci schioccare l’acciarino. La fiamma esitava ad
attaccare per la forte umidità, ma fra le foglie secche balenava ora un neonato
chiarore.
Restammo
seduti nel silenzio della pioggia per lunghi istanti, cercando nel sospiro del
sottobosco una pace irreale e rara. Le guardavo le braccia pallide e le dita
sottile, le labbra appena accennate su un viso di parvenze perfette i cui
segreti nascosti, iridi che immaginavo di cielo, anelavo con quasi
disperazione. In quel turbamento tuttavia mi dilettavo, assaporando ogni attimo
di dubbio e sogno, abbassando le palpebre sul costante tintinnio delle gocce
fra gli alberi, sui bassi cespugli, sul tappeto di foglie che copriva il
sentiero.
Leggero,
come i nostri respiri, era un momento sospeso nel tempo. Sentivo la stanchezza
scivolare fra le pietre levigate nell’oscurità, la forza della foresta
pervadermi attraverso il profumo assoluto del nulla che è il pianto del cielo.
E lei, dolcissima e fragile, distesa col fianco rivolto alla timida fiamma,
sognava accanto a me.
«Sai,»
le dissi «a volte riesco a sentirlo, il peso di questa solitudine. Non il
solito malore ai visceri, non il veleno fra i pensieri. È d’un peso, reale, fisico, che schiaccia il costato,
mozza il respiro. In quei momenti il cuore è dolente, qualcosa come fiele mi
consuma con rabbia i polmoni, la schiena cede a tanta cattiveria. In un
istante, sono furente e sull’orlo del pianto, vorrei gridare e annullarmi
insieme, stringermi sino a diventare minuscolo e scomparire in un angolo, o
cercare una lama con cui dare nuova libertà al fiato intrappolato».
Sospirai,
risi di scherno e tossii, alzando lo sguardo alla chioma nebbiosa dei pini più
alti, vestiti di pioggia.
«Ti
sembreranno le parole di un folle, immagino. Sapessi quante volte anche io me
lo sono ripetuto… Sostando lungo il cammino a mente chiara, ripensando a quegli
attimi così offuscati. Mi par quasi di guardarli attraverso una fessura
minuscola che cela gli angoli e i dettagli, e tuttavia semplifica ogni cosa.
Buffo, non trovi? Come il meno sapere renda ovvio l’impensabile, che appare
così distinto e fragile, inevitabile».
La
fiamma ora ardeva e io mi alzai, perché il gelo della pietra mi stava
penetrando nel cuore.
«In
quei momenti vorrei abbracciare il mondo intero e sentire il suo calore, o
quantomeno illudermi ancora d’esserne parte. Cerco e rifulgo il suo fuoco,
capisci? Eppure, non muovo un muscolo».
La
pioggia danzava, fra le foglie e i tronchi che si perdevano nel cielo. Ovunque
cercassi di indirizzare lo sguardo non incontravo altro che grigiore, sussurro
umido, la foresta persa nel tempo. Era come se il cielo si fosse rivoltato e il
mare avesse sommerso ogni cosa e noi, ancora inconsci, stessimo assaporando i
primi respiri fatali a pieni polmoni, in quel mondo azzurro e diafano, che
sapeva di niente, che odorava di puro.
«Una
volta ho parlato con un guaritore; o meglio, con un eretico. Speravo mi illustrasse i misteri dell’anima e del pensiero
per dare ragione a ciò che non ne aveva, per placare l’odio che inaspriva le
mie dita».
Sentii
il fruscio delle vesti alle mie spalle e il crepitare della fiamma ormai viva.
La ragazza doveva essersi tolta il mantello.
«Ci
riuscì?».
Non
mi volsi, per non spezzare l’incanto. Volevo ancora immaginarmela come un
universo di possibilità, come ideale
nel fragore assordante del vuoto in me.
«Forse,
nel prossimo sogno».
La
pioggia diradava, e con lei le lunghe ombre d’un giorno grigio. Nonostante
questo non ero affranto, al contrario: specchiarmi in quel cielo, ritrovare la
melodia del mio silenzio in quel vociare sommesso di gocce minuscole, m’aveva
concesso un prezioso intervallo di grazia.
«Vorresti
mai ci fosse qualcuno, con te?».
«Tanto
quanto desidererei mi lasciassero in pace» risposi ridendo. Alle mie spalle, un
tintinnio di campane a vento brillò più d’ogni fiamma: era la prima stella
della sera.
«Anche
tu sei una di loro, vero?».
Quella
domanda, così improvvisa, come un tuono lontano nella pioggia leggera che
s’adagiava su di loro, rigando il viso, bagnando le mie labbra che l’avevano
pronunciata.
«Perché
lo pensi?».
«Tu
stessa lo dissi: non ho buona reputazione fra le luci di questo mondo: gli
unici sguardi che mi vengono rivolti con curiosità sono i vostri, di chi è già dall’altra parte. Vi chiedete forse: “Chi è
costui che a noi s’approccia, che non appartiene n* a noi né a loro? Chi è
questo eremita, questo girovago folle, che va raccontando di miracoli e
demoni?”. Ma soprattutto…».
Con
un rametto attizzai la fiamma ormai smorta, che sul legno verde non riusciva ad
attaccare.
«“Perché
si interessa delle nostre storie?”. È vero, siete ormai leggende, memorie
dimenticate. Non per questo, a mio avviso, siete però di marginale rilievo.
Anzi: sono convinto che sia nel vostro lascito l’estrema saggezza, l’indizio
per comprendere la sottile struttura del mondo. Non mi importa se la gente vi
ripudia o nega; in fondo, essi schivano anche me».
La
ragazza si alzò, portando con sé la danza delle foglie umide. Fra i capelli che
le nascondevano il volto, mi parve di scoprire un sorriso.
«Ti
farò dono, dunque, dell’unico bene che mi sia rimasto. Un tesoro prezioso che
nessun altro, a parte te, ricorderà. Il mio nome: List».
Forse
per illusione, forse per la stanchezza del giorno, sembrò che a pronunciare
quel nome cristallino il vento rispondesse, soffiando fra le cortecce spezzate,
gli steli madidi, le pietre scavate del bosco ancor preda di quell’arcano
istante.
«Un
dono inestimabile tu già m’accordasti, fanciulla: la certezza, seppur per poco,
di non essere più solo».
Ebbi
appena il tempo di scandire l’ultima sillaba, che le mie labbra furono addotte
ad altro compito, ad altro calore. Sentii il suo profumo avvolgermi, le sue
dita sostenere il mio capo. Fu un sospiro fugace: quando aprii gli occhi, lei
non c’era più.
Il
rumore della pioggia nel suo scrociare divenne assoluto. Il tepore del fuoco,
ravvivato, mi solleticava la punta delle dita.
A
tutto ciò, comunque, non diedi attenzione né importanza.
«È
il sapore degli aghi di pino» pensai.

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